Umberto Morra

Dalle pagine del diario di guerra di Lucangelo Bracci che qui si riportano crediamo che gli amici e i conoscenti potranno ricavare qualche cosa di più che la semplice testimonianza dei fatti bellici da lui vissuti, di una stagione di ricordi che, come per tanti dei combattenti della guerra del ’15-18, dovevano poi far blocco e assumere uno spicco specialissimo per tutta la vita. Le pagine del diario furono scritte a grandi intervalli, e cioè nei periodi in cui Bracci si trovava in zona di combattimento, staccato dalla moglie e dalla famiglia. Nella sua esperienza di allora ci furono lunghi periodi di preparazione e di addestramento, come accadde a tutti gli ufficiali di cavalleria che, nella guerra di posizione, dovettero imparare altri mestieri e altre specializzazioni. Lucangelo Bracci infatti diventò mitragliere e fu poi addetto a varii comandi. Gl’intervalli nelle retrovie furono dunque per lui un tempo di istruzione che gli permetteva poi di ritornare in trincea. Ma nell’ultimo anno, da Caporetto a Vittorio Veneto, ci fu un passaggio più continuato e rapido tra casa e fronte, perché i suoi non s’erano mossi dalla loro casa a Padova, e il fronte gli si era di tanto avvicinato. Padova e il palazzo Papafava a Padova era ormai come inglobato nel fronte. Chi stava a Padova e partecipava delle ansie e degli entusiasmi di quei mesi godeva anzi un vantaggio rispetto ai comandi più avanzati. Non viveva la vita isolata di un settore ma quella di una «centrale» dove la guerra diventava un panorama completo e dove, tra comando supremo, missioni estere, contratti politici, si incrociavano notizie, commenti ed echi e, più che in una qualche capitale distante, si poteva avere la sensazione di conoscere, quasi in facile sintesi, giorno per giorno lo svolgersi degli eventi. Di Padova però il diario tace. Se Lulli Bracci fosse stato più ambizioso, si fosse sentito più importante, non avrebbe tralasciato di segnare le sue giornate di Padova. Ma il suo diario corrispondeva a un fine pratico, quindi umile; una specie di lettera continuata, di ragguaglio della sua esistenza e dei rapidi suoi pensieri ad uso delle persone care che aveva lasciate, e gli sarebbe parso un’inutile fatica e una specie di presunzione seguitarlo quando gli erano vicine. Di quelle giornate e di quei fatti oggi è un peccato non avere una testimonianza viva, dover se mai riandarne ricordi che si sono scoloriti col tempo e che non traggono più con sé quel corredo di commenti e di note che il fatto immediato suscita e che si possono immediatamente trascrivere con evidente chiarezza e semplicità.

È un peccato, perché casa Papafava era veramente un punto di incontro e di interferenze in quella fase appassionata di una guerra che, benché combattuta sul suolo italiano, non si restringeva ormai più all’orizzonte nazionale, era un centro dei più animati di speranze, di fervori, forse di illusioni che trovavano accenti arditi e generosi. Il mio primo incontro con Lulli, l’inizio di una lunga consuetudine di devota amicizia, avvenne proprio lì, in un’occasione che anch’io vorrei poter rievocare dalla nebbia e dall’incertezza di ricordi perduti, raffioranti talvolta con un’evidenza sconcertante e illusoria. Era il Natale del 1917 e la Messa di mezzanotte, celebrata da padre Semeria, in una chiesetta che, benchè esterna, è pure la cappella di palazzo Papafava, alla presenza dei più vicini e intimi di casa Papafava e della Missione militare francese, che abitava nel palazzo. Proprio in quei giorni era finita l’angustia della ritirata, agli urti violenti del nemico la linea, dal Monfenera al Piave, aveva resistito, e si poteva tirare un respiro di sollievo. Le parole affettuose di Semeria sono, nel mio ricordo, ancora animate di speranza. Ma i primi bombardamenti di Padova erano già avvenuti e anche quella sera, dopo la Messa, ci si ritrovò intorno a un gran fuoco in cucina, che sembrava zona più protetta. Era un momento che non ci si attardava più col pensiero sulle dure prove passate ma, alle soglie dell’anno nuovo, ci si apriva a una nuova, rasserenante fiducia; pareva che tutto dovesse portare fortuna. Poco avanti – ma a quell’occasione non ero presente e il mio è solo il ricordo di un ricordo – era avvenuto in casa Papafava un incontro importante e singolare. Il maresciallo Foch, giunto a Padova subito dopo Caporetto e stabilitosi nel Palazzo con la Missione militare francese, era venuto, da perfetto gentiluomo qual era anche in mezzo alle angustie e alle preoccupazioni della battaglia, ad ossequiare la suocera di Lulli Bracci, Maria Papafava, sua ospite, per così dire; la quale, con la sua abituale grazia (e queste battute se l’ebbe sempre ben impresse in mente e le ripeté agli amici per molti anni) lo salutò dicendogli: «Mon général, je suis très contente de vous reçevoir chez moi, mais je regrette que ce soit dans un moment si pénible pour mon pays». «Madame – le rispondeva il Maresciallo – l’armée italienne n’est pas battue, il faut qu’elle se défende. Nous avons eu une Marne, vous aurez bien un Piave»; e andava ripetendo: «Pas de main-chaud, pas de main-chaud» il che, secondo lui, era il modo di significare con una pronuncia press’a poco italiana che era esclusa la ritirata sul Mincio. Margherita Bracci ricorda ancora chiaramente d’aver intrattenuto, in quell’occasione, il suo Capo di stato maggiore Weygand, allora colonnello, d’aspetto striminzito e giovanissimo, e di averlo preso per un qualunque sottotenente; seccata di dover far conversazione, non gli badava e tendeva le orecchie per ascoltare quello che si dicevano sua madre e il Maresciallo. Poco più tardi poi, patrocinato da Ugo Ojetti, ci fu in casa Papafava un gran ricevimento per i «popoli oppressi», tutte le missioni alleate cioè e i rappresentanti delle varie popolazioni «irredente» dell’Austria, presente anche il futuro ministro degli esteri jugoslavo Ante Trumbic: sette sole donne di casa Papafava in mezzo a duecento uomini; chi sa perché, un gran numero di giapponesi tutti inchini e sorrisi. Anche lì, speranze e euforia si davano libero corso. L’intesa tra i popoli, una spontanea Società delle nazioni non sembrava più un obbiettivo distante e incerto, ma il segno augurale dell’anno nuovo, appena incominciato.

Ho voluto attardarmi un momento su questi episodi perché le pagine del diario, scritte per la famiglia lontana (ma non tanto) dal fronte, si completano con la partecipazione così intensa di casa Papafava alla passione e alle vicende della guerra e in qualche modo ne risentono. Anche per questo il diario è significativo. L’esperienza e la vita familiare di Lucangelo Bracci era qualche cosa di così integro e radicato che in nessun momento della sua vita, in nessuna parola questo riflesso era assente. Può essere che uno degli intimi di casa Bracci scorga ora nel diario anche di più, in questo senso, di quel che non possa apparire a uno più ignaro; ma appunto additando tale “presenza” continua, nel suo animo, degli affetti, dei sentimenti e dei più elevati interessi dei suoi, si avvia il lettore a una migliore intelligenza, a una meglio raggiunta adesione al suo spirito. Non si tratta infatti nel suo caso solo di una ristretta cerchia di affetti familiari; si tratta di quello che più conta nella vita, di una forma di educazione, che comprende l’uomo intero e che è il frutto di una saggia e paziente volontà di vivere integralmente, con fiducia e con abbandono, l’esperienza familiare. Qui c’è ancora, in mezzo al panorama della guerra certo da lui non amato, una freschezza di entusiasmi giovanili, il senso nuovo di un’esperienza cominciata che, invece che rattenerli col morso della nostalgia, sembra dar lena agli slanci e contenere insieme ed esaltare tutte le aspirazioni.

Naturalmente, la forza degli esempi e lo svolgersi di un’educazione è un fatto reciproco, per quanto si possa manifestare su diversi piani e, a scanso di un fatale inaridimento, non vi debba mai predominare quello intellettuale. È proprio nel vivo del diario, nelle reazioni spontanee che abbondano in queste pagine, in certe «costanti» psichiche che affiorano inevitabili nella cura delle annotazioni giornaliere, che quelle qualità, che i lunghi anni di una maturità non felice per eventi esterni ma intimamente armonica e serena dovevano ribadire, trovano una chiara espressione, talvolta rilevata da accenti particolarmente rapidi e fortunati. Anche qui noi amici di più lunga data siamo forse tratti a «integrare», leggendo nei passi più semplici e diretti significati che ci vengono dettati dalla lunga conoscenza e dimestichezza, significati carichi dell’esperienza di anni «ancor non nati», e che appesantiscono un poco l’immagine di un Lucangelo Bracci giovane ufficiale, più leggero di pensieri, più deciso e più precipitoso nei giudizi, più spigliato, e certo più illuso, di fronte alla vita. Per forza ci siamo affezionati all’immagine più recente, all’immagine di un uomo e di un amico che vorremmo dire scarno di desideri, di attese, di propositi; di tutto, meno che degli affetti e degli interessi primordialmente umani e che riusciva ad arricchire questi di tutti i succhi intellettuali, di tutta la sostanza vitale di cui la sua buona volontà, aiutata dalle occasioni certo non mediocri della sua vita, aveva fatto tesoro.

Ma tale storia del suo futuro è contenuta naturalmente nel diario solo per accenni, per quei segni premonitori che sono (sebbene più palesi agli occhi e più apprezzabili dalle menti dei profani) un po’ come le linee della mano o i misteriosi segni della scrittura. Conta soprattutto nelle pagine che qui sono riprodotte, ed è come la premessa e la spia di quanto fu più fertile nel complesso della sua vita, l’attenzione e l’interesse umano che lo avvicinano a tutti i suoi compagni d’arme, dai comandanti ai soldati. E c’è una diversità nell’occhio che li guarda che è anch’essa rivelatrice. Un elemento non mai celato di diffidenza, resistente tavolta anche alle prove maggiori che dovrebbero dissiparlo, verso i superiori, che è in fin de’ conti l’espressione della fiducia ferita, di uno scetticismo comprato da certe diffidenze che il costume toscano (astringente) favorisce, come quello che si tiene al sodo e sdegna la retorica e la prosopopea, e ne è inevitabilmente offeso. Verso i compagni, i pari grado, un interesse in genere e un moto di benevolenza troppo facilmente traditi, come una prova di istintiva e salutare ingenuità che gl’incontri sconteranno. Ma là dove più non sussiste il rapporto e il mascheramento delle intelligenze e degli interessi, nobili e meno nobili, cioè nelle relazioni con gli inferiori – e il termine è usato qui solo perché rientra nell’orizzonte della disciplina militare, ma sappiamo che, anche appena adombrato, gli dispiacerebbe – le possibili diffidenze e delusioni scompaiono, rimane – allo stato puro – lo schietto senso umano, il fervore e la semplicità di un contatto che non ha bisogno di tradursi in riflessione per indovinare motivi e sentimenti, per amarli ed aiutarli. L’esperienza e il giusto concetto della fatica umana, consona e nativa in lui fin dai giovani giorni della sua vita di ufficiale, si traduceva ora così concretamente in esperienza della pena e del dolore, e lo toccava a fondo, e gli suscitava quegli accenti di comprensione fraterna e cristiana che sono rimasti poi per tanti anni il tono indimenticabile, la sofferta forza della sua vita. Lulli Bracci tra i suoi soldati come lo vediamo da queste pagine, forse con maggiori risorse di audacia e una comunicativa più estrosa come è naturale in quell’aura di gioventù che, a compenso e a riscatto, accompagna e indora la diuturna e logorante esperienza di guerra (di quella guerra) è l’immagine, la prima prova di colui che abbiamo conosciuto, anni dopo, tra i suoi operai, o dovunque e con chiunque sentisse di doversi accostare rotti i diaframmi delle sofisticherie mentali, in limpida purità di intenti. Questa sua possibilità di aderire dove le tensioni e le cure apparivano più semplici, senza residui e sottintesi, senza neppur l’ombra di una superiorità che distacca e isola, rinnovata ad ogni evenienza e non mai scossa dalle prove avverse, sta a dimostrare la ricchezza umana del suo sentimento che, al contrario dei contatti più “intellettuali”, non aveva bisogno di conferme esterne per darsi ogni volta con una prontezza delle più spontanee e generose. Un grande motto cristiano è quello del misereor super turbam. Ma non si raggiunge la capacità del commiserare se prima non si è spartito con la turba, con ognuno degli umili che la turba accomuna, i giorni dei malanni e delle catastrofi, i sentimenti più piani della vita ordinaria, e fino i momenti di apertura di spensieratezza e di allegria. Anche questa è una testimonianza che deriva dal diario: la serenità e la gioia improvvisa dei fatti minimi nelle lunghe giornate di guerra, gustati appunto all’unisono col gusto innato e contento degli animi più semplici.

Benché curiosità e tradizione, e l’opportunità che lo favoriva per le numerose amicizie e conoscenze nell’ambiente fiorentino e padovano – per citare nomi assai distanti, da Gaetano Salvemini, amico fraterno del suocero Francesco Papafava, a Giannotto Bastianelli col quale i giovani fidanzati esercitavano il loro gusto musicale – lo avviassero anche per altra via a una assai vasta gamma di studi e di interessi, credo che una più genuina spinta ad interessarsi, dapprima un po’ da lontano e forse alquanto dilettantescamente, poi (come già si vede alla fine del periodo bellico) con genuina passione, alle sorti politiche del suo paese, gli provenisse proprio dal suo fervore umano, dal senso che quella gente che aveva «dato», quei combattenti meritassero una spassionata difesa, o meglio ancora la comprensione di quanto ci fosse di valido, di schietto nelle loro aspirazioni, nelle loro fedi, fino nei loro errori. Accanto a questo, nessuna infatuazione; perciò lo sguardo che si posa, così aperto, sui singoli, e su quella massa mobile e sofferente che forma via via l’unità al suo comando, non vede roseo, non si infiamma, ma continuamente lo sottende e lo corregge un’attenzione precisa, dove alla facoltà di immedesimazione e di sdegno si mescola l’arguzia, fino a sfiorare il meno caritatevole esercizio dell’ironia. È il correttivo permanente della sua ingenuità, la salvaguardia e il freno, specialmente in quei giorni meno esperti, di una sua buona volontà che potrebbe facilmente traboccare. Un impasto così fatto, di esattezza un tantino scanzonata o addirittura ironica nel giudizio e di innato trasporto e fiducia verso le più genuine e persuasive manifestazioni nei rapporti umani, crea il difficile e costante equilibrio del buon senso. Questo suo buon senso Lucangelo Bracci profondeva senza risparmio. Perciò il suo parco consiglio, le direttive che poteva dare agli altri con nessuno spreco di parole, ma con una partecipazione piena e accorata che era come subentrasse nei panni del suo confidente, risonavano perenni come la parola e l’azione del giusto. E l’affetto quasi ritroso che dimostrava in quelle occasioni era la sfumatura e l’alone che intorno al troppo fiero esercizio della giustizia reca la misericordia.

UMBERTO MORRA

Annunci