Silvio Waldergan

Le luci si abbassarono lentamente sul vasto sagrato del Duomo. Gli applausi si fecero fiochi, si smorzarono le luci e la luna d’agosto tinse di freddo la rocca di Sigfrido. Allora i castelli di legno, gli alberi dipinti, le montagne di cartapesta si spogliarono del loro umiliante abito da scena e, complice la luna, s’illusero di far parte del paesaggio intorno: i palazzi solenni della Piazza Grande, le querce di Pianoia e di Poggiano, i tufi desolati della val d’Orcia. Ancora qualche ora poi il sole cancellerà l’illusione rivestendo di colori brillanti e innaturali le scene della nona edizione del Bruscello Poliziano. Agosto 1952. Così la notte era calata sulla «prima» della «Genoveffa». Notte di tristezza grande per chi amava il Bruscello, di tristezza infinita per chi, con esso, amava la sua anima creativa. Pochi istanti prima che le fisarmoniche scandissero l’introduzione alle gravi cantilene dello «storico» una voce commossa aveva annunciato che il conte Bracci, valorizzatore ed artefice del Bruscello Poliziano non era più. Solo il dolore poté far cadere in quell’istante sulla piazza quel silenzio che non si sarebbe potuto ottenere a comando, assoluto, perfetto nel raccoglimento di tanti animi sinceri. Le note sopraggiunsero inaspettate e laceranti, poi sempre più dolci all’orecchio e lo spettacolo ebbe inizio…

                                                            *        *        *

Parlar di Bruscello ai vecchi popolani di Toscana è come buttar paglia sul fuoco: le parole danno corpo ai ricordi e i ricordi sono tanti e tutti belli perché legati all’età felice delle «mattane». Il Bruscello? dicono: quattro strambotti e un organino; le rime vengono giù bene quando è carnevale e il vino ha fatto la sua parte. E il vino è un necessario artefice della gaiezza popolare; ma al di sopra del vino sta quello spirito di poesia e quel pizzico d’arguzia che le vigne non danno, ma che Dio ha innaturato in questa gente che fa spettacolo nelle vie, nelle piazze di paese tirando strambotti uno dietro l’altro, inseguendo le gesta antiche di re, di eroi, di santi e di malvagi. Coprono alla meglio i vestiti da lavoro con le tuniche variopinte, roteando spade di legno rivestite di carta d’argento e si chiamano Ghino di Tacco, Guerrin Meschino, Pia de’ Tolomei, Romeo o Santa Margherita. Così per tanti anni una vita nomade che ha fatto sudare sotto i parrucconi arrangiati con le spighe di granturco gli attori principali. Poi qualcuno li ha fermati su di una scena vera. Poté ciò chi amava il popolo e la sua poesia, chi dal popolo era amato e rispettato: un nobile che sulle scene facesse muovere i re da re, un cuore buono che addolcisse lo sguardo di Santa Margherita, un animo d’artista che in sequenze ordinate valorizzasse la poesia e la musica di quell’arte primitiva.

Ricordo il conte Bracci alle prove sul sagrato del Duomo, alle prese con una massa disordinata di uomini e donne diversi per mestieri e per convinzioni politiche: una massa che, per incanto, diveniva docile agli ordini, qualche volta anche bruschi, che il “sor conte” impartiva agitando il bastoncino di canna. Mi sono mischiato una volta alle schiere degli armati, mi sono confuso cento volte tra la folla variopinta degli attori, dei generici, delle comparse irritabili e piagnucolone e, in fede, mai ho udito una parola di dispetto o meno che buona contro di lui. Ho udito invece la voce di quella vecchina che una sera lo avvicinò, dopo una delle prove finali, e gli disse «Sor conte, ma come si piange bene con la Pia!» e lui fu felice di questa frase come del migliore dei suoi successi! Quando la malattia gli impediva di arrampicarsi per le ripide viuzze di Montepulciano Carlo «il Rossino» lo accompagnava col side-car fin sulla piazza; ogni volta più pallido, più infagottato nella sciarpa di lana. Faceva bene vederlo ancora così premuroso, così sicuro nel dirigere e nel consigliare: credeva nella sua opera ed era creduto, amava la sua fatica perché amava la Toscana, il suo popolo e il suo spirito.

                                                            *        *        *

La luna è tornata quest’anno puntuale a mezz’agosto, per giocare ancora con le scene di legno e di cartapesta. Ha illuminato, gelida, le pietre del sagrato ora più freddo e più grande. Come una stanza vuota. Quando è scomparsa dietro la torre del Comune il buio ha rubato la bellezza di tutte le cose. Quel buio era il nostro dolore.

SILVIO WALDERGAN