Pino di Valmarana

Sì – era un’epoca diversa. La nostra vita di allora si svolgeva individualmente e socialmente con un ritmo che ormai si ricorda, ma non si ripete. Più che lontana oggi ci appare letta, raccontata, talvolta quasi intravveduta tra la veglia e il sonno.

            In un piccolo schizzo di ambiente (Frassanelle – Villa Papafava – Colli Euganei), vari anni fa cercavo di riassumere e descrivere alcune caratteristiche di quella simpatica, volontaria accolita di parenti e amici che trascorrevano, in serena e non oziosa compagnia, le ore di un’abbastanza lunga serie di giornate, e che, pur essendo in campagna e godendone nella bellezza della natura il profumo, il calore spirituale, mantenevano della città i contatti e conservavano l’interesse intellettivo. Era, tra gli ospiti abituali, Lucangelo Bracci, assiduo, affezionato frequentatore della Villa già nel tempo pacifico che aveva preceduto la conflagrazione europea (1914-18). Nell’ottobre del 1913 Margherita Papafava era divenuta sua sposa. Ufficiale dell’esercito, rimanendo nel Veneto, aveva condiviso le ansie, le preoccupazioni della giovane moglie e di tutti coloro che, appartenenti alla famiglia, alla cerchia consueta dei conoscenti venuti alla casa ospitale da lontano o dai luoghi vicini, subivano il fascino della grande guerra che fatalmente si avvicinava a grandi passi.

            Si poteva – allora – a quella guerra, sebbene infausta come tutte le guerre, attribuire una potenza di fascino, perché, oltre e all’infuori delle forze ignote del male, si sprigionavano le immense aspirazioni al bene.

            Lucangelo Bracci, pur non avendo affatto uno spirito militare, entrato a far parte di un reggimento di Cavalleria si era volentieri, con intelligenza e agilità mentale, assuefatto a quel genere di vita che in caserma (la si chiamava: quartiere), in società, alle manovre ed in guerra, conservando uno spiccato carattere ottocentesco, aveva potuto essere per molti giovani un perfezionamento educativo degli anni di studio, un allenamento senza sforzo alla disciplina non disgiunta da una gradevole abitudine all’eleganza.

            Dopo la guerra, che era stata una guerra onesta, l’ultima forse guerra onesta, Lucangelo tornato a casa aveva seguito le peripezie sociali di quel periodo e successivamente, con le sue idee libere, ben precise, illuminate da acuta toscana chiarezza, aveva affrontate le difficoltà di pensiero, di azione, tra gli sviluppi del disordine prima, dell’incertezza e della violenza poi; le aveva affrontate con quella semplicità leggermente mordace ed ironica che nell’espressiva quadratura italica, più che mai in Toscana, si rivela di superlativa nitidezza così nella luminosità del cielo e nei rilievi delle colline, come in tutte le manifestazioni dell’arte e della vita, dall’architettura alla cucina.

            La sua mentalità, rimasta limpida attraverso le nubi di tante procelle e le imbrogliate «regie» di tante farse, non aveva accettato imposizioni, né subito influenze; era andata dritta per la sua strada con giusto, equilibrato coraggio, con il coerente apprezzamento di chi vede, sente, riflette e va avanti dignitosamente, conscio delle proprie forze, silenziosamente ribelle ai soprusi, allegramente estraneo alle pagliaccesche ambizioni di tutte le qualità e categorie.

            In quel lungo periodo di anni durante i quali, anche se non ci si è incontrati personalmente con la tragedia, certo l’esistenza non è stata facile né piacevole, Lucangelo Bracci in una quotidiana, operosa attività, non clandestina, non demagogica, ma esplicata sia nel lavoro proficuo della fabbrica, sia nella civica collaborazione, con quell’ascendente che gli derivava dalla sincerità del suo carattere, ebbe soddisfazioni e morale compenso tra le persone modeste e desiderose di apprendere; riposo intellettuale nell’affiatamento delle amicizie.

            A ristoro psichico della giornaliera fatica, nelle ore di quiete e solitudine, si avvicinava alla musica. L’aveva amata fin da ragazzo. Nei nostri primi incontri, quando io ne avevo iniziati gli studi, se ne parlava assieme. Scambiavamo giudizi, giudizi giovanili, ma che talvolta avevano un sapore di maturità, di diffidenza, dovuta non soltanto al grande rispetto verso i «grandi», anche, ma forse più, alla quasi istintiva consapevolezza delle ragioni vere e profonde di quella loro indiscussa superiorità, di un valore assoluto, indipendente da ogni analisi tecnica.

            Quando da misteriose radici l’arte sale al vertice della sua potenza espressiva, la tecnica, pur necessaria, non resta che un mezzo; ed il tecnico (in questo caso: musicista), se capace soltanto per merito di cognizioni scolastiche vale nel giudizio certamente meno del profano intelligente che a qualche elemento di cultura aggiunga la sensibilità ed il gusto.

            Nei migliori teatri, nelle sale da concerto, Lucangelo Bracci aveva sempre seguito con vivo godimento tutto ciò che potesse destare vero interesse musicale.

            A Montepulciano, negli ultimi anni, con appassionato fervore presiedeva al tradizionale, antico spettacolo del «Bruscello». Il suo intervento nella scelta del lavoro da rappresentarsi, nel valutare la giusta misura delle proporzioni artistiche, nel controllare l’armonia dei valori estetici della manifestazione che, pur essendo popolare, doveva conservare e difendere la serietà e l’importanza del carattere regionale, aveva palesemente dimostrato con quanto esatto criterio egli preparasse e organizzasse questa festa della sua Montepulciano.

            I tempi sono mutati, molto, troppo mutati. Dove sono passati soltanto anni, alle volte, sotto certi aspetti della vita e del pensiero può sembrare siano passati secoli, ma non possiamo più discorrerne con Lucangelo nell’antico modo, seguendo assieme gli eventi nuovi. Egli ci avrebbe accompagnati nella conversazione con l’incisivo stile di osservatore attento, senza malizia, sorridente nell’interrogare, sicuro nell’affermare. Noi, della stessa generazione, ci saremmo tranquillamente riposati in uno di quei simpatici divani di Montepulciano volgendo dalla terrazza lo sguardo verso l’orizzonte del lago Trasimeno, divagando piacevolmente tra argomenti vari in lieto e non affannoso colloquio ad una luce che, seppure attuale e perciò in parte forse da noi non compresa, una certa ricchezza di pensiero e di sentimento ci permetterebbe ancora di analizzare e confrontare con il nostro passato.

PINO DI VALMARANA