Novello Papafava

I miei primi ricordi di Lucangelo fanno parte di quelli della mia infanzia e quindi si riflettono in una delle principali caratteristiche di questa: una grande curiosità. Ero curiosissimo di quello che si faceva e si diceva, specie nel salone rosso, e che si diceva e si scriveva nella biblioteca verde di casa nostra a Padova. Nel primo passava molta gente: venerabili zii, cari parenti, molti amici e, fra questi, non di rado Ufficiali soprattutto di Cavalleria dal colletto giallo. In biblioteca stava, quando non era con il resto della famiglia, mio padre a leggere, a scrivere o a conversare con qualche amico, per lo più professore. Fra questi mi è particolarmente caro ricordare l’allora giovanissimo Vladimiro Arangio Ruiz. Io guardavo gli uni e gli altri e soprattutto ascoltavo il brusio di tanti e vari discorsi su molti argomenti: l’Austria, la Bosnia-Erzegovina, il processo Murri, la Tarnowska, gli scioperi nel Ferrarese, Giolitti, il Santo di Fogazzaro, la Nave di D’Annunzio ed il prossimo ballo di beneficenza, e chi più ne ha più ne metta. Io giravo di qua e di là domandando spesso: cosa? cosa? come? come? poi andavo in biblioteca, e mio padre metteva un po’ di ordine nelle mie tante curiosità, ma soprattutto cercava di richiamarmi ai compiti di scuola, spesso però con non molto effetto; rammento che una volta dicendomi egli «virgola» nel corso di una dettatura, scrissi la parola «virgola» anziché farne il segno, con sua notevole delusione.

Da quel brusio, emergevano prevalentemente due temi: la presenza del peso dell’Austria persino sulle montagne che vedevo da Frassanelle, la nostra villa di campagna, ed il ripetersi degli scioperi che suscitavano più o meno diffusi turbamenti. Data la presenza di Ufficiali, tali questioni si traducevano militarmente, per esempio, nel «cuneo del Trentino» e nella «tenaglia difensiva delle colline di San Daniele e del Tagliamento». Del primo mi pareva di sentire la fisica insopportabilità quando andavo in gita per esempio al Pian delle Fugazze sotto il Pasubio e guardando la Vallarsa mi sembrava che essa fosse ottenebrata da qualche cosa di minaccioso che, riversandosi per la cara Valle dei Signori, avrebbe potuto arrivare anche a casa mia. Della «tenaglia delle colline di San Daniele e del Tagliamento» sentivo sommessamente parlare nelle conversazioni tra mio padre ed un Ufficiale di Stato Maggiore, mi ricordo che si chiamava Maccaferri, ed accennare che fra le branche di tale tenaglia avrebbero dovuto agire i Reggimenti di Cavalleria di cui vedevo parecchi Ufficiali nel salone rosso. L’idea di una tenaglia fatta da colline e da un fiume, fra la quale e al di là della quale dovevano galoppare tanti soldati per difenderci dagli Austriaci mi turbava e mi rallegrava ad un tempo. Più pesante, ma non meno misteriosamente preoccupante, mi appariva la questione degli scioperi che obbligava allegri amici e soldati a fare qualche cosa di triste e noioso nel Ferrarese.

In questo ambiente, su questo sfondo ho fatto amicizia con Lucangelo che in principio mi pareva allegro e divertente come i suoi compagni che venivano per casa, ma poi mi sono accorto che aveva qualche cosa di più; soprattutto rispondeva ai miei molti cosa? cosa? come? come? più pazientemente, ma anche più profondamente. La faccenda di questi uomini, che a cavallo con la lancia, con il moschetto e persino con una strana nuova macchina che si chiamava mitragliatrice, dovevano difenderci dagli Austriaci, liberare Trento e Trieste e tenere a bada gli «scioperanti», mi stava molto a cuore. Mio padre mi dava in proposito molte, belle e chiare spiegazioni, soprattutto quando si trattava di leggere le «nozioni storiche» per prepararmi agli esami elementari, ma Lucangelo aveva il prestigio di apparirmi uno strumento per l’applicazione di tante belle idee. Egli mi spiegava, confermando i superiori insegnamenti paterni, che la guerra è una brutta cosa, ma che bisognava farla, se necessario, per difendere i confini della Patria e forse anche per liberare i Trentini, i Triestini ed i loro vicini che stavano male sotto i Tedeschi e sotto gli Slavi dell’Austria; che dunque la giustizia e la libertà erano cose tanto belle, per le quali valeva la pena anche morire e purtroppo uccidere; che gli scioperi erano una cosa triste, che certe volte gli scioperanti non avevano tutti i torti, che però esageravano se volevano impedire ad altri di lavorare, che non c’era pericolo di gravi scontri perché gli ordini del governo e dei Comandi Militari erano quelli di evitare il più possibile di pestare e di ferire gli scioperanti, ma che però anche i soldati si arrabbiavano quando gli scioperanti e soprattutto le scioperantesse facevano i prepotenti; che sarebbe stato però un gran bene che l’esercito si occupasse solo di difendere l’Italia e non di baruffe fra gli Italiani; che in tutti i casi era molto importante trattar bene i propri soldati e far loro capire che se lavoravano, faticavano, rischiavano, lo facevano per quella Patria di cui erano parte importantissima; che quindi dovevano ubbidire per fare quello che dovevano fare, ma anche per questo era necessario seccarli il meno possibile e possibilmente anche divertirli. Questi discorsi e queste idee mi persuadevano molto e mi sollevavano dai turbamenti che le discussioni e le conversazioni sulla guerra e sugli scioperi, da me troppo ascoltate nel salone rosso e nella biblioteca verde, mi procuravano. Insomma né io, né probabilmente Lucangelo, sapevamo di parlare di quelle «relazioni umane nella vita sociale» di cui ora negli alti consessi competenti tanto più si tratta quanto meno, temo, in confronto di allora, tali relazioni sinceramente intercorrono oggi. Nell’Esercito, e proprio nei Reggimenti di Cavalleria, le relazioni umane, senza essere chiamate tali, non erano di certo trascurate tra ufficiali e soldati, anzi, pur nei limiti di una ferma disciplina, erano attuate con il lievito di una umana giovialità.

La frequenza di Lucangelo in casa nostra era molto assidua e non tardai ad accorgermi che fra lui e mia sorella «Pitti» c’era qualche cosa di sentimentale, ed io ne fui molto contento. Naturalmente aumentarono allora le gite, ed io cercavo di approfittarne più che potevo, soprattutto verso quelle Alpi che «il cuneo trentino» spezzava. Mi ricordo di avere una volta combinato un bel pasticcetto: eravamo andati in gita a Roncegno in Valsugana e ci eravamo fermati per qualche ora anche nel grande albergo, di tono operetta viennese. Il portiere mi chiese il nome dei componenti della compagnia ed io, oltre quelli di mia madre e di mia sorella, diedi anche quello del tenente Bracci. Per fortuna partivamo poco dopo per Trento per accompagnare Lucangelo alla stazione da dove doveva partire per Ciriè in Piemonte, per partecipare ad un corso di addestramento di mitraglieri. Anzi, per questo, aveva dovuto portare in automobile addirittura la sciabola ed io, durante i tragitti a piedi, avevo l’incarico, di cui mi sentivo molto onorato, di stare stretto al fianco di Lucangelo affinché egli potesse meglio nascondere la sciabola sotto il pastrano borghese. Naturalmente il portiere dell’albergo di Roncegno denunziò la non autorizzata presenza del tenente italiano alla «Kommandantur» locale, la quale, con diplomatica prudenza, non prese provvedimenti immediati, ma si limitò (povera Austria, non era poi sempre tanto cattiva) ad accendere una granetta diplomatico-militare che, passando attraverso i diversi Ministeri, giunse al Comando del Reggimento del «Genova Cavalleria», che diede a Lucangelo qualche giorno di arresto per «deviazione di tragitto».

La mia infanzia finiva con la dolorosissima dipartita di mio padre. Nel 1913 un lieto evento rallegrava invece la famiglia: il matrimonio di mia sorella con Lucangelo, celebrato a Frassanelle dall’ottimo Padre Emanuele Magri.

Di quegli anni considero soprattutto memorabile una grande febbre wagneriana. Quante volte dal sabato al lunedì correvo a Roma con Lucangelo e la Pitti per ascoltare Nazzareno de Angelis quale Wotan tonante fra i vapori nelle approssimative Walchirie del Costanzi! E quali i nostri entusiasmi, le nostre estasi alle rappresentazioni a Bologna, a Firenze, a Milano, del Parsifal appena liberato dal privilegio di Bayreuth! A ben prepararci a quelle audizioni aveva molto contribuito Giannotto Bastianelli, geniale musicista, che mia madre spesso invitava, con nostra grande soddisfazione, a casa nostra a Firenze, anche per suonare il pianoforte.

Ma ormai sulle vicende tristi e liete della famiglia sovrastava il grande ciclone della guerra. Maggio 1915 a Firenze: interventismo, neutralismo, la propaganda di Cesare Battisti (ricordo i suoi discepoli Carlo a’ Prato e Gigiotti Zanini) e di Gaetano Salvemini, predicanti la guerra alla guerra, la liberazione di Trento e Trieste, l’indipendenza di tutti i popoli oppressi; insomma ritornavano con piena concretezza gli stessi problemi e temi presentati ed intravisti nell’infanzia, ma ora rivissuti con l’accanimento dell’adolescenza liceale. Lucangelo era interventista e, quale Ufficiale di Cavalleria, non più effettivo, ma di complemento, interveniente, mentre a me l’età non acconsentiva che l’intervento dell’entusiastica curiosità, quindi ancora una volta io vedevo in Lucangelo un fortunato strumento di applicazione degli ideali della famiglia. Ricordo la sera del 23 maggio a Meretto vicino a Palmanova, in casa del mio zio Brazzà, insieme a mia sorella. «Genova Cavalleria», nel quale si trovava Lucangelo, doveva sconfinare nella notte varcando il Torre. Nella gran calma della notte di primavera udimmo un gran tonfo; chi sa che cos’era! forse l’esplosione della mina di qualche ponte. Il giorno dopo la Pitti ed io cercammo di osservare con il binocolo dal Castello di Udine se si vedevano le bandiere italiane sui monti di Gorizia! A ripensarci pare impossibile, ma di certo non dimenticheremo mai quella sensazione di profondo mutamento del nostro mondo e d’intensissima attesa di qualche cosa di grandiosamente nuovo. Potei vedere Lucangelo nei giorni successivi già in terra redenta. Quale soddisfazione per me! Offrendo l’uso dell’automobile di Lucangelo, che audacemente guidavo, ero riuscito ad intrufolarmi fra i servizi del «Genova Cavalleria» stabilendo una specie di collegamento supplementare tra il Comando del Reggimento (privo di automobile) ed il suo Deposito di Pordenone, e così alcune volte riuscii a raggiungere Lucangelo, con notevole contentezza di Margherita e di altre mogli ben liete di avere notizie e corrispondenza dei consorti combattenti. Lucangelo era vivacissimo ed allegrissimo dopo aver avuto il battesimo del fuoco in pattuglia sulle rive dell’Isonzo. Egli era entusiasta dei suoi soldati, animati da quel caratteristico slancio di vitalità con il quale l’Esercito italiano iniziò l’ultima guerra del Risorgimento. Non dimenticherò quali furono le sue risate quando mi capitò questo incidente. Mi aggiravo, fierissimo della mia missione di collegamento fra Deposito e Comando del Reggimento, nella piazzetta di Versa fra gli Ufficiali del «Genova», allorquando sopraggiunse il Re. Egli conferì con il Comandante del Reggimento, ma avendomi notato e fissato, egli disse: «chi è quel borghese? circoli, circoli!» – Provvide in proposito il Comandante Colonnello Giorgio Emo, ma con la benevolenza di predestinato mio futuro suocero.

Ma ben presto intervennero le leggi della burocrazia militare; Lucangelo non era più effettivo, ma di complemento; si richiedevano istruttori di Cavalleria per i corsi di Allievi Ufficiali di Artiglieria e così Lucangelo fu trasferito d’ufficio all’Accademia di Torino. Grande fu il suo dispiacere e grande la mia delusione; dovevo abbandonare il mio compito di collegamento mediante la famosa «zero» Fiat di Lucangelo, ed allontanarmi dalla zona di operazione. Del resto, allorquando il giovanile slancio del nostro Esercito urtò contro la durissima resistenza austriaca sul Carso, si chiuse il mito di una poetica di guerra di movimento di tipo risorgimentale e, cominciata la durissima statica guerra di trincea, i Reggimenti di Cavalleria furono temporaneamente ritirati nelle retrovie.

Nell’inverno ritrovai Lucangelo al Deposito di Pordenone, dove mi recavo spesso durante le vacanze della vita di liceo, diventata ormai ben noiosa in confronto a quella dei poco più anziani di me, protagonisti dei grandi avvenimenti dell’epoca. A Pordenone molte erano le discussioni sui problemi del momento. La dura realtà dell’arresto delle nostre sanguinose offensive lungo l’Isonzo riproponeva con crudezza di termini tanti problemi della nostra storia e della nostra guerra: le ragioni dell’intervento, le critiche ed i risentimenti dei neutralisti, il manifestarsi delle sofferenze ed insofferenze sociali, la fondamentale sanità e pazienza del nostro popolo e quindi dei nostri soldati, l’insufficienza delle armi, ossia della preparazione bellica in confronto del tipo di guerra nel quale ormai eravamo impegnati, la necessità di una maggiore armonia fra Esercito e paese non soltanto nel senso della solidarietà morale, ma del coordinamento dell’attività economica, cominciando da quella industriale che doveva fornire il necessario armamento all’Esercito. Lucangelo si appassionava a tali questioni riferendole anche a quella che allora era una sua lettura preferita: Vilfredo Pareto. Vorremo forse dire che fosse passione di contrasti quella che poteva indurre ad occuparsi in piena guerra europea del grande fautore della libertà anche nell’ambito dell’economia? Diremo invece che era un alimento per le speranze del futuro! In ogni modo lungo era il nostro argomentare sul metodo sperimentale in sociologia, e spesso nei nostri arzigogoli, nelle tante questioni che ci occupavano e ci preoccupavano, ricorreva la domanda se questo o quello fosse o non fosse «sperimentalmente provato». Allora non ricordavamo abbastanza che «vi sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sognano nella [nostra] filosofia»!

In contrappeso a tanti gravi pensamenti, Lucangelo istruiva nell’ippica anche me cavalcante nelle brughiere di Aviano un cavallo che si chiamava Piavolo. A proposito di Aviano, gran centro dei nostri piloti, non dimentico un bellissimo volo fatto con Lucangelo sopra il monte Cavallo con uno di quei «Caproni» che costituivano la meraviglia tecnica ed una gloria nell’impiego dell’aviazione italiana di allora, ma che essendo scopertissimi davano, a chi volava, la sensazione d’immedesimarsi con tutti i venti di Eolo. Ci pilotava il povero amico Ungania che nella successiva primavera precipitava in fiamme dal cielo sul contesissimo altipiano d’Asiago.

Le spire della burocrazia militare tendevano a trattenere Lucangelo nell’ambito dei corsi d’istruzione e dei depositi ed egli dovette reagire energicamente per uscirne e ritornare in zona di combattimento. In seguito a domanda, prese il Comando della nuova Compagnia mitraglieri dei Lancieri «Vittorio Emanuele»; non era più dei vecchi dragoni del «Genova», ma conservava il colletto giallo! Dopo un breve periodo di formazione e di istruzione a Brescia, la Compagnia di Lucangelo veniva assegnata alla 5a Brigata Bersaglieri, schierata lungo l’Isonzo, in faccia all’altipiano della Bainsizza. Andai anch’io, finalmente soldato, a trovarlo al fronte prima e dopo di quella vittoriosa battaglia alla quale egli partecipò gloriosamente al comando della sua Compagnia di cavalieri appiedati. Era interessante l’ambiente del Comando della 5a Brigata Bersaglieri: il Generale Boriani, anima aperta all’amicizia ed abile generoso trascinatore di soldati; il Capitano Antonio Albertini, fermo assertore e realizzatore dei suoi ponderati convincimenti politico-militari; il tenente Marchi, stimolato dai più vari fermenti intellettuali e sociali, e finalmente il tenente Vincenzo Torraca il quale si valeva nobilmente dei suoi profondi convincimenti di moderno idealista italiano per indirizzare i compagni ed i superiori ad una attuale applicazione della parola: «militia est vita hominis super terram». Lucangelo molto s’interessava alle considerazioni sull’idealismo attuale di Giovanni Gentile, sull’idealismo storico di Benedetto Croce, soprattutto in quanto venivano spiegati da Torraca quali strumenti dottrinali di una profonda riedificazione della società italiana dopo la vittoria. Ma avevamo noi la sensazione che, a tanto fervore di pensieri nelle baracche del Comando della Brigata Bersaglieri a Kambresco, facesse riscontro, dopo la battaglia della Bainsizza, nell’aria e nel tono delle prossime retrovie della 2a Armata, un qualche cosa di ipertrofico nelle forze di questa, quasi una situazione troppo matura che doveva ormai avere uno sbocco o molto positivo o molto negativo? In ogni modo è certo che, ben vicini nella limpida luce del declinante settembre, si profilavano il monte Jezza, il passo di Zagradan ed il Kolovrat! Appena un mese dopo avveniva la rotta di Caporetto. Gli appunti in proposito del diario di Lucangelo sono particolarmente interessanti. Egli combatté in retroguardia a Mortegliano, mentre poco lontano, alle dipendenze proprio del suo vecchio Comandante, i reggimenti «Genova» e «Novara» Cavalleria, raggiunto Pozzuolo del Friuli dopo aver “risalito contro corrente” il flusso della tragica ritirata, opponevano contro il tentativo di avvolgimento della nostra 3a Armata da parte del nemico una resistenza che fu un lampo di vera gloria in quelle plumbee giornate di disperazione. Della famosa «tenaglia difensiva delle colline di San Daniele e del Tagliamento», che se non fosse stata da tempo trascurata ed anzi smantellata nei suoi apprestamenti avrebbe potuto arrestare l’invasione nemica, non rimaneva più nulla, ma una tradizione di sostanziale disciplina che aveva saputo valersi di relazioni umane sinceramente vissute per plasmare saldi reparti militari, dava i suoi frutti.

Dopo la caduta, la riscossa; da Caporetto a Vittorio Veneto il popolo italiano risorse meravigliosamente. Quello fu un grande anno della nostra vita; le escogitazioni, i propositi, le azioni di molti convergevano veramente alla disinteressata ricostruzione militare e civile della patria. A quest’opera dava il suo contributo, con fede e buona fede integrale, il movimento ed il giornale «Volontà», ai quali Lucangelo dedicava molte cure nel tempo disponibile dopo l’adempimento dei compiti che egli aveva nella 29a Divisione, comandata dal generale Boriani e schierata prima in Vallarsa e poi in Valsugana. Provenendo da diversi settori del fronte, mi ritrovavo talvolta con Lucangelo a Padova nella nostra vecchia casa. Mia madre e mia sorella avevano saputo tenerla ben viva. In particolare, in un laboratorio di preparazione di varie provvidenze di assistenza ai soldati erano intente molte care persone di famiglia od amiche intime. Fra esse ricordo specialmente Maria e Lella Cittadella, Giuliana Benzoni con la madre Donna Titina, mia zia Luisa Cittadella dedicatasi all’Ufficio notizie per le famiglie dei combattenti, Graziella di Brazzà. E quando passavano da Padova facevano recapito da noi le attivissime infermiere della Croce Rossa Pia di Valmarana, Ginevra di Serego Alighieri, Elsa Dallolio, Marcella Salazar Theodoli; e come omettere di nominare le loro colleghe padovane Nanni Giusti del Giardino, Nina Romanin Jacur, Lucia de Marchi, Antonia Lonigo, Vittoria Marzolo, Margherita Incisa di Camerana?

Molto vivace era lo scambio di idee e la manifestazione di propositi fra i componenti della famiglia e con tanti cari amici, residenti a Padova o più o meno spesso di passaggio, circa i vecchi e sempre nuovi temi riproposti dagli avvenimenti ed innanzi tutto circa i mezzi atti a porre i nostri soldati nelle condizioni migliori per muovere alla riscossa dopo la sventura. Ripenso, oltre che alle visite dei generali Caviglia, Dallolio, Stefanik e del Ministro Masarik, fra gli altri a Lucien Henraux, segretario del nostro ospite, il gentilissimo generale De Gondrecourt, Capo della Missione francese presso il nostro Comando Supremo, al generale Ratcliffe, Capo della Missione inglese, a Giovannino ed Enrico Visconti Venosta, al colonnello Ponza di San Martino, al colonnello Alfredo Siciliani, al maggiore Ferruccio Parri, del Comando Supremo, al colonnello Bessone e al maggiore Emilio Canevari del Comando del Corpo d’Armata d’assalto, a Gaetano Salvemini, a Giovanni Amendola, a Ugo Ojetti, a Giuseppe Donati, a Umberto Zanotti Bianco, a Tommasino Gallarati Scotti, a Pino e Andrea di Valmarana, a Carlo Placci, a Vincenzo Torraca, a Francesco Fancello, a Giovanni Marchi, a Gioacchino Nicoletti, a Vittorio Fresco, a Carlo a’ Prato, a Giuseppe Lombardo Radice, a Emilio Bodrero, a Giuseppe Prezzolini, a Marcello e Giangiacomo Borghese (lo ricordiamo in particolare quando capitò a casa nostra, sconvolto per aver poche ore prima dovuto distruggere, quale Ufficiale del «Genio», le opere dei campi di aviazione di Aviano, durante la rotta di Caporetto), a Bruno Brunelli Bonetti, al generale Restagno, a Umberto Morra di Lavriano, ed al carissimo padre Semeria che innestava e poneva impliciti accenni ed espliciti accenti cristiani nel fermento di tanti pensieri, propositi e sentimenti.

Giungemmo a Vittorio Veneto e alla pace. Sorse allora la speranza che l’Italia avesse raggiunto il monte Tabor della sua storia, ma naturalmente anche questa era una tentazione dalla quale fummo ben presto distolti! Si disse, anche in buona fede da parte di molti, che la marcia su Roma avrebbe portato a Roma i motivi dell’Italia di Vittorio Veneto; sì, ma il nostro orecchio ci convinse subito che tali motivi erano sconvolti, distorti e falsati profondamente come quelli (valga per dei wagneriani questo paragone) di Sigfrido nell’ultima scena del primo atto del Crepuscolo degli Dei, quando egli ritorna sul colle di Brunilde, ma dopo aver bevuto il filtro di Hagen. Non ci siamo ingannati, e purtroppo i fatti non ci hanno dato torto.

Lucangelo prese e mantenne la sua posizione nell’attiva resistenza contro il fascismo con piena coerenza e ferma bontà. Ricordo con quanta consapevolezza un po’ ironica ascoltava una sera Guglielmo Ferrero che, appoggiato ad un caminetto, con gran gesti delle dinoccolate braccia profetava: «vedo avvicinarsi un’immane catastrofe». D’altra parte anche Lucangelo doveva provare nella sua privata vita economica le opprimenti conseguenze della indialettizzabile stoltezza e della profonda malvagità di un nostro sciagurato ex amministratore. Ma Lucangelo non si perdette d’animo ed anzi ampliò un’industria alla quale aveva dato impulso soprattutto per un senso di umana solidarietà. Egli aveva infatti rilevato, nella sua Montepulciano, una cooperativa di reduci che si dedicava al lavoro di falegnameria; vi aveva impegnato notevoli capitali innanzi tutto per simpatia umana verso quei giovani combattenti che riprendevano il lavoro civile, quasi si trattasse di riassumere il Comando della sua vecchia Compagnia per ricondurla attraverso le vicende dell’attività economica e sociale nei meandri della difficile società contemporanea. La sua Falegnameria di S. Girolamo gli fu motivo ed occasione di approfondire il suo sensibile interessamento per i problemi sociali. D’altra parte nel lungo, faticoso, penoso protrarsi della resistenza alle crescenti complicazioni dell’avventura fascista, egli comprese ed apprezzò sempre meglio l’importanza storica dell’impegnativa partecipazione di molte forze cattoliche alla difesa di quel metodo della libertà nella vita civile, di quella schietta tolleranza religiosa, che, secondo lo spirito del nostro Risorgimento, dovevano permanere i valori fondamentali della democrazia liberale alla quale egli era rimasto sempre fedele; nella comune difesa della libertà si dissolvevano molte di quelle diffidenze e di quelle difficoltà che per tanti anni si frapponevano fra la coscienza civile e la coscienza religiosa di molti italiani.

L’avventura imperiale scivolava, precipitava nella tragedia della seconda guerra mondiale; la resistenza al fascismo oltre che faticosa e penosa diventava pericolosa; tanto più Lucangelo fu costantemente presente là dove il suo senso di umana fedeltà lo richiamava; con gli amici perseguitati a Roma, con i concittadini minacciati a Montepulciano. Nell’agosto del 1943 fu nominato Commissario Prefettizio di quella città e, fra i molti pericoli, la sorresse con benefico tatto e coraggio attraverso le vicende della liberazione, fino alla pace ed oltre. Rammenterò sempre la spiritosa serenità del suo animo allorquando volli passare, presago che la fronte di guerra ci avrebbe prossimamente separati, il capodanno del 1944 a Montepulciano, con lui e con Margherita.

Alla caotica guerra seguì il secondo caotico dopo guerra che, su un piano assai diverso dal primo, era ben carico di motivi atti a turbare ed a ferire un animo disposto soprattutto all’umana simpatia. Lucangelo ebbe ben presente la questione sociale, soprattutto come assillo per le preoccupanti condizioni di molti, ma fu ferito dalla constatazione che le ragioni degli umili erano spesso sostenute con la pretesa che venisse rinnegata la libertà; perciò ebbe quasi l’angoscia della potenza e della prepotenza, nel campo nazionale ed internazionale, del comunismo.

Ma, secondo i termini di paretiana memoria, Lucangelo stimava che ormai «fosse sperimentalmente provato» che la libertà era troppo grande e delicato bene perché la sua difesa rimanesse affidata soltanto alle fragili forze di una classe politica limitata e spesso manchevole; la libertà doveva essere amata e difesa democraticamente, ossia anche dal demos, da larghissimi strati del popolo; ma per questo era necessario che un ideale altrettanto alto quanto semplice fermentasse nobilmente la società. E quale dottrina, meglio di quella cristiana, affermava l’assoluto ed eterno valore della persona, nell’armonia dall’umana solidarietà? La simpatia umana si consuma nella carità cristiana. Lucangelo era giunto con profonda sincerità a tale convinzione. Ed alle soglie della sua dipartita ben lo manifestò nell’ambito della sua famiglia allorquando mi disse: caro «cugnà» io credo che muoio di cancro, ma non lo diciamo, per la cara Margherita!

«Voi siete stati chiamati alla libertà… ma fatevi per la carità servi gli uni degli altri»; e per questo opera la grazia di Dio. Sì, caro Lucangelo, anch’io credo che così sia!

NOVELLO PAPAFAVA