Nina Ruffini

Basta pensi a Montepulciano per rivederlo come per tanti anni l’ho visto nella sua casa ospitale. In essa egli stava meno di tutti, anche se la regola che la guidava era dettata dalla sua presenza. Al mattino, quando ancora le persone di servizio non erano in giro, le note che giungevano dal salone rosso – come una sveglia in sordina – annunziavano che il padrone di casa, già alzato, si preparava al lavoro attingendo dalla musica il viatico per la sua giornata.

Saliva in fabbrica verso le otto, in modo da trovarsi tra i primi al suo posto; a sera scendeva per ultimo, supplendo con l’esempio alle osservazioni che tanto gli costava fare. A volte, a fin di giornata, salivamo a prenderlo con la speranza di sottrarlo innanzi tempo alle sue occupazioni. Ci veniva incontro festoso, nell’odore di resina che esalava dalle tavole, calde di sole, accatastate in un angolo del cortile. Pareva che gli avessimo fatto un favore distogliendolo prima dal suo lavoro; in realtà eravamo noi che finivamo per attardarci con lui, interessati dai disegni di mobili che stava ideando per certi sposi di provincia, il cui gusto non guidato avrebbe fatto del «salotto buono» il «salotto brutto». Ci portava a vedere in officina una nuova macchina giunta da poco, ci spiegava il lavoro di ogni operaio, quasi vi si fosse cementato e ne conoscesse la tecnica. Anche per lui, come per i signori del declinante medioevo, la vita era un gioco di cui bisognava accettare le regole, senza per altro prenderla troppo sul serio, ed al gioco di dirigere una falegnameria egli aveva finito col prendere gusto.

Oggi che la sua vita, conclusa dalla morte, ci sta tutta dinanzi, mi pare di cogliere il segreto della sua serenità nell’impegno che sapeva mettere in ogni opera, pur restandone staccato, spettatore bonario, e un tantino scanzonato, di se stesso.

Chiunque avesse avute le sue traversie e le sue vicende  avrebbe costruito un dramma di cui menar vanto e trarre profitto, come troppo spesso abbiamo visto fare intorno a noi da persone che avevano fatto assai meno di lui ed erano state assai meno provate dalle vicende politiche. Ma egli delle persecuzioni fasciste, dei soprusi patiti, dei pericoli corsi, parlava sorridendo, rilevando il lato comico anche degli episodi più tragici. Una volta soltanto, dinnanzi al casolare dove i tedeschi lo avevano portato come ostaggio, l’ho visto farsi serio e sfiorando la mano di Margherita dire: – Eh per un pelo! – senza aggiungere altro.

Nato e vissuto negli agi sin oltre la metà della vita, aveva accettato le ristrettezze seguite al gran rovescio di fortuna, senza lamentarsi, mettendosi a lavorare disciplinatamente, come se, invece di aver seguito sino allora il suo estro, fosse da tempo abituato ad un rigido orario. Con pari semplicità era stato antifascista ed aveva aiutato ed accolto nella sua casa i perseguitati dal regime, subendo innumeri perquisizioni a domicilio, angherie e fastidi, senza adontarsi quando, in conseguenza di ciò, aveva visto diradarsi intorno a sé la società elegante che sino ad allora era stata la sua: in fondo anche questa amara esperienza serviva a qualcosa, scevrando i falsi e i veri amici.

Di questi aveva un modo così spontaneo di prevenire i desideri e le necessità da toglier loro ogni esitazione nell’accettare.

Ai primi di settembre del 1939, mia sorella ed io eravamo a Chianciano dove c’eravamo rifugiate lontano dai luoghi familiari che avrebbero richiamato crudelmente alla nostra memoria l’immagine del bambino di cui piangevamo la scomparsa. Ogni giorno, verso sera, quando con le ombre scende più greve il dolore, Lulli e Margherita venivano a trovarci. Intanto le avvisaglie della guerra si facevano sempre più minacciose ed il panico cominciava ad impossessarsi del paese. Prima che noi dicessimo niente, Lulli si presentò un giorno con una grossa macchina dove ci caricò col nostro bagaglio per portarci a casa sua a Montepulciano, come se non fosse possibile, nell’ora del pericolo, non dividere vicini, ansie e pene. Abbiamo passato così, raccolti intorno alla radio, intenti alle voci impassibili degli annunciatori, quegli ultimi giorni d’agosto, quel primo di settembre che videro precipitare alla sua fine quanto restava ancora del mondo civilmente umano scampato alla prima guerra mondiale. A quel mondo egli rimase fedele; quando si dice «signore», senza intender con ciò ricchezze o ceto sociale, ma delicatezza di sentire, distinzione di modi, senso del giusto e del limite, si esprime quello che egli fu in ogni circostanza della sua esistenza, vissuta tutta nella pratica di una schiva modestia.

                                                                                                                                    NINA RUFFINI

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