Nicolò Carandini

Lulli Bracci ha avuto amici più antichi ed intimi di me ed io non vorrei dire di Lui più di quanto mi consenta una fedele consuetudine di affetto e di affinità spirituale. L’ho conosciuto nel 1926 quando i giorni facili della Sua vita erano passati ed egli già aveva dato la miglior prova di sé staccandosi da una società piegata alla dittatura per schierarsi in prima linea nell’antifascismo ed aprire palesemente la sua casa a tutti i più animosi uomini impegnati in quella battaglia. Aveva fatto la sua scelta ubbidendo senza esitazioni al moto dell’anima, scendendo da una vita serena e riposata nelle asprezze della lotta politica con la stessa naturalezza con cui doveva poi staccarsi dalle abitudini di una esistenza agiata per dedicarsi con infinita pazienza ad un logorante lavoro, come infine ha saputo congedarsi da un mondo ricchissimo di affetti per accogliere, consapevole e silenzioso, un morire che è stato bello e dignitoso quanto il suo vivere.

            Altri potrà, con miglior conoscenza, ricordare le cose forti e generose che egli ha compiuto nella prima guerra mondiale, nella lunga lotta per le nostre libertà e nelle ultime prove della liberazione. Io vorrei qui rievocare, per i giovani che vanno cercando un modo di affrontare l’avvenire, il senso di conforto che il suo esempio mi ha sempre dato e che la sua memoria continua ad ispirarmi. Lulli Bracci è per me il simbolo di come un uomo possa e debba adeguarsi, nell’animo e nell’uso della vita, al mutare dei tempi. Questo ufficiale di cavalleria, questo frequentatore di club che abbandona le piacevolezze della sua gioventù senza voltarsi indietro, per accogliere e risolvere nella sua coscienza le necessità di un tempo nuovo, lascia dietro di sé un grande insegnamento. È il signore d’altri tempi che inizia la guerra del 1915 facendosi mitragliare alla testa di una tradizionale pattuglia di cavalleria, ma poi combatte la nuova e dura guerra di trincea e rientra nella vita di pace per abbracciare la causa della libertà; è il privilegiato che vede la sua fortuna declinare e non si lamenta e non si arrende, ma rinuncia agli amici e alla vita di Roma per ritirarsi nella sua Montepulciano ove, fra vecchie mura disabitate, apre una falegnameria e si dedica alla piccola impresa, alzandosi all’alba nel gelo dell’inverno, per dar lavoro a sé ed agli artigiani locali, senza certezza di guadagno, ma sentendo che il suo sforzo fisico e la sua perseveranza e l’umile compagnia artigiana conducono a qualche cosa che accontenta il suo spirito, che è consono e necessario ai tempi nuovi.

            Questo nobile uomo ci ha insegnato con quale grandezza e serenità si possa volgere le spalle alla vita facile per incontrare amichevolmente la vita difficile. In questo passaggio non è sorta in lui una amarezza, una parola di rimpianto e nemmeno di stupore per il costo della fatica. Sempre composto, lucido, indulgente, forte e bonario si era conciliata una visione della vita che a tutto lo faceva preparato con una rassegnazione che era sempre un principio di speranza.

            Se il problema dei nostri tempi e del nostro progresso ripropone l’eterna rinuncia alla facilità di alcune abitudini costituite per la conquista di nuove visioni e di nuove realtà, Lulli Bracci ci ha veramente indicato come questo debba essere compiuto con semplicità, con amore per la fatica materiale, con fedeltà alle idee direttrici della vita morale. Riconoscere questo è rendere, mi pare, il più grande tributo al segno che questo amico esemplare lascia dietro di sé.

NICOLÒ CARANDINI