Mario Ferrara

Conobbi Lucangelo Bracci nella primavera del 1920. La rivista «Volontà» aveva già fatto le sue prove, compresa quella di pubblicarsi con sicura irregolarità e l’altra, certo più importante, di esser luogo d’incontro e di raccolta dei giovani intellettuali dell’interventismo. Non ricordo bene chi, per primo, mi conducesse ad una delle tante adunanze nelle quali si progettava un partito, si preparava un congresso o una crisi dell’Associazione Nazionale Combattenti: forse Comandini. Ma ricordo benissimo il pomeriggio nel quale salii, per la prima volta, le scale di quel palazzo di via IV Novembre: lo ricordo come si trattasse di ieri. E forse questo ricordo è così vivo per le tante volte che poi ebbi a salirle per trovare in casa Bracci il conforto dell’amicizia fedele, e la sensazione di sereno affetto che rianimava come il fuoco di un rifugio in quegli anni di tormenta e di gelata solitudine. Eravamo intorno ad un tavolo carico di schedari che non ho mai saputo a che servissero o potessero servire, e qua e là, sulle sedie ed in terra, numeri di riviste, giornali e lettere rimaste, puntualmente, senza risposta. Bracci era proprio di fronte a me: e seguiva quel gran discorrere e progettare con la sua aria ironica e pur fiduciosa, con una cura spinta allo scrupolo di non far, nonché pesare, sentire che egli era l’ospite ed il padrone di casa; e, vorrei dire, con la volontà quasi di imparare qualcosa, sebbene al suo pratico spirito, alla sua toscana acutezza non dovesse sfuggire quanto poco ci fosse da imparare ed, in compenso, quanto tempo da perdere. Quel pomeriggio, il caro Lulli era anche di buon umore e si divertiva a soffiare sulle nostre bolle di sapone ideologico per vederle salire bene in alto, per meglio illudere e scoppiare sul più bello dell’illusione. Era un giuoco che gli piaceva e, credo, gli sia piaciuto fino all’ultimo giorno: ma era un giuoco senza amarezza, anzi era un partecipare alla gioia di quella illusione: e così il contrasto tra la finezza e la penetrazione della sua intelligenza che gli faceva vedere bene il fondo delle cose, la sostanza dei fatti, ed il suo condiscendere a tutte le speranze, fece la sua casa così cara e la sua amicizia così completa.

E fino all’ultimo giorno della sua vita tutta trascorsa nelle tempeste, egli è stato sempre uguale a se stesso: uomo senza illusioni né utopie, ha sempre tenuta alta la fiamma della speranza. È stato sì un buon soldato in questa vita e fedele ad una disciplina spirituale che gli fece amare le cose che restano e resteranno: la famiglia, la patria, la libertà, l’amicizia.

Erano già anni duri quelli tra il ’19 e il ’22: non se ne andavano solo le fortune di molti, cadevano le speranze di tutti o di quasi tutti: la guerra era stata lunga e non era venuta la pace. La serenità e la fermezza di una generazione che aveva raccolto, nella tempesta di quegli anni, l’eredità del Risorgimento cedeva il campo ad un romanticismo torbido; la società tutta, nell’egoismo generale, mostrava già i segni della disgregazione: il fascismo e la dittatura erano alle porte.

Non è questo il luogo per esaminare le cause di quella crisi: molto più che, a quel che pare, non ne siamo ancora usciti. Noi superstiti del gran naufragio possiamo volgerci e ricordare l’ultimo disperato tentativo di salvataggio: la battaglia dell’opposizione tra il ’22 e il ’24; e poi la lunga, amara, tragica resistenza fino alla catastrofe. Ebbene chi di noi potrà ripensare quei giorni e riviverli senza che la cara ombra del nostro Bracci venga tra noi e riprenda, sereno e ironico, con la sua speranza senza illusione, il discorso durato più che vent’anni?

Il giorno che Egli morì la sua cara Margherita ci disse: «Gli sono grata di tutto e vorrei poter ricominciare con lui la stessa vita».

Nella distanza che separa l’amicizia e l’amore, anche noi sentivamo questo: “che gli eravamo grati di tutto e con lui saremmo stati pronti a ricominciare”.

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Senza Bracci, senza la contessa Margherita, senza il loro salotto e la loro casa saremmo stati, per venti e più anni, assai più soli di quel che non fummo. Il lavoro divenuto più duro e difficile, le angustie personali e familiari, le separazioni dovute alla nobiltà dell’esilio ed alla viltà del tradimento, avevano reso più sparuta la nostra schiera, e difficili gli incontri. La morte aveva tagliato nobili vite: Amendola e Gobetti, quasi nello stesso giorno. Le persecuzioni poliziesche avevano già cacciato in esilio Gaetano Salvemini che era stato arrestato in casa Bracci al tempo del «Non mollare». Era stato arrestato, in casa Bracci, ma quell’arresto non aveva spaventato né Lulli né Margherita. La sera nella quale Salvemini fu «tradotto» a Firenze, Lulli e Margherita erano, con molti di noi, alla stazione. Gaetano, ben ammanettato, quando ci vide gridò: «Non pigliate le cose sul tragico» e Lulli ebbe un lampo negli occhi, levò dalle labbra la sigaretta e rispose per tutti: «Oh, non aver paura, se è per questo!». Sono ricordi incancellabili; parole che non si dimenticano ed, oggi, pesano con il peso di un dolore e di una amarezza che allora non provammo. Il caro Lulli era, davvero, un buon soldato della libertà così difficile a difendere nellle lotte civili, a conservare nelle asprezze intolleranti dei partiti politici!

E quando la polizia irruppe nella villa di Montepulciano ed arrestò Francesco Fancello, e venne il tempo delle perquisizioni nella casa di Roma, Lulli non perdette la calma né il buon umore: oppose alla brutalità ed alla stoltezza la ironica indifferenza del gran signore, e il disprezzo che ristabilisce le distanze.

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Lulli faceva parte non solo per diritto di matrimonio della famiglia Papafava. Questa famiglia nobilissima aveva un suo alto titolo per una rinnovata nobiltà: quello di una sua tradizione di alta cultura e di puro patriottismo. Gli scritti di Francesco Papafava si leggono tuttora con grande interesse e profitto: la collezione del Giornale degli Economisti e la raccolta di quelle che modestamente battezzò «cronache», non può mancare nella biblioteca d’uno studioso di storia politica.

Sono stato scolaro di Maffeo Pantaleoni e di Antonio De Viti de Marco e quest’ultimo, anzi, mi ammise nella sua amicizia e so cosa questi due insigni studiosi e non facili uomini pensavano di lui.

E quanto al patriottismo non c’è reduce della grande guerra che non ricordi cosa fosse, specie dopo Caporetto, la casa dei Papafava in Padova. Il libro del debito pubblico può ancora testimoniare l’ammontare del prestito sottoscritto, da casa Papafava in un momento nel quale le fortune belliche sembravano non sorridere all’Italia, ed il patrimonio della famiglia era già sottoposto alla crisi che nel dopo guerra doveva colpire quasi tutta la proprietà agraria.

Lulli entrò in questo ambiente con il diritto di piena cittadinanza poiché il suo spirito si accendeva nella ricerca del bene e della verità.

E gli uomini che doveva incontrare e dovevano essergli familiari, pur nelle loro formazioni diverse e con diversi temperamenti, avevano portato quello stesso amore fino alla intransigenza, alla scissione dal mondo, al sacrificio.

Giovanni Amendola, giovanissimo, aveva impartito lezioni di letteratura a Margherita Papafava mentre Gaetano Salvemini le impartiva quelle di storia. Una formazione di valore morale altissimo preparò la giovinetta all’incontro felice della sua vita, alla scelta dell’uomo la cui pronta intelligenza era pari alla moralità profonda e mai ostentata e ancor meno tradita nel moralismo.

Mi sia lecito pensare che anche per Amendola, come certamente per Salvemini, casa Bracci fu come una seconda famiglia, un punto di incontro e di riposo e di aperta confidenza.

Ho ricordato l’arresto di Salvemini: voglio ricordare che Amendola subito dopo aver mostrato al re il memoriale di Filipelli si recò in casa Bracci e riferì con disperata amarezza la risposta del re: «ne parlerò al Presidente del Consiglio!».

Un’altra «frase storica» del re costituzionale!

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Erano venuti, del resto, i tempi difficili e per Lulli e per la famiglia dei Papafava: questa era stata derubata da un delinquente comune insinuatosi in famiglia come amministratore. Novello era stato calunniato da questo ladro vestitosi per l’occasione da patriota: e fu sul punto d’essere spedito, anche lui, avanti il Tribunale Speciale. Fu salvato dall’onestà dei Carabinieri e dei funzionari, ma non ebbe giustizia per la calunnia: non riebbe il patrimonio che la disonestà e l’imbecillità avevano disorganizzato e saccheggiato.

Ebbene, fu allora che Lulli si mostrò superiore anche a se stesso: fu allora che ci sentimmo ancora più amici: anche lui, come noi, anche la contessa Margherita, come le nostre donne, gente di pena e di lavoro.

Ma, davvero, come saremmo stati soli in quegli anni! Quante care, nobili, alte figure non sarebbero entrate nella nostra amicizia, come sarebbe stato debole ed incerto il colloquio spirituale che dissipò ogni nostro dubbio, ed ebbe per tutti noi il valore di una certezza, il senso di un dovere nell’atto stesso del suo compiersi.

Alcuni sono scomparsi e nella nostra vita hanno tutti contato: Luigi e Alberto Albertini e tutti di questa famiglia esemplare: rivedo ancora, nel salotto «giallo» di casa Bracci, Elena Albertini e Nicolò Carandini appena sposi; penso al fidanzamento di Tania e di Leonardo a Montepulciano. Risento ancora l’eco di una disputa tra me, Vincenzo Torraca e il povero Umberto Ricci illuso, nel novembre del ’22, che Mussolini fosse arrivato al potere per mettere ordine al bilancio e rompere l’assolutismo burocratico. Stefano Jacini parlava della ferma opposizione del cattolicesimo liberale alla dittatura fascista ed accanto al caminetto di casa Bracci, nel novembre del ’42, ci lesse le prime linee del programma della Democrazia Cristiana. Alessandro Casati quando passava, diretto a Napoli a confortarsi da Don Benedetto, ci portava quella sua serena considerazione delle cose che è sostanza del vero coraggio. Il nostro caro Alessandro che sempre ricordava le sue conversazioni in casa Bracci con tutti noi. Rivedo Ruggero Schiff Giorgini, sarcastico e sorridente, che doveva conoscere a Roma, sotto la dominazione tedesca, una amara e singolare esperienza. E Giovannino Visconti-Venosta che sapeva tutto di tutti e fu quasi tutore dei figli di Giovanni Amendola e che doveva lasciarci dopo aver insegnato ai vincitori come debba conservarsi e possa imporsi la dignità quando, essendo senza colpa, si difende la patria dolente. Caro Giovannino, maestro nel dare, con distaccata ironia, lezione di vera diplomazia, come fece una sera famosa con Sir Noel Charles, rappresentante d’Inghilterra e buon amico dell’Italia in quei difficili giorni. Non so quale ufficio alleato aveva dimenticato, essendo razionata l’energia elettrica, di collegare Palazzo Chigi con un cavo preferenziale. E Giovannino ricevette al buio il rappresentante dell’Inghilterra, parlò con lui lungamente, sempre al buio, e cominciò una sua nota con queste parole: «Come dicemmo nella conversazione al buio». Palazzo Chigi ebbe subito il suo cavo preferenziale. E vedo ancora la nostra Maria Cittadella che ha ispirato a Benedetto Croce la più commossa, forse, delle sue pagine! E Francesco Ruffini che in quei tempi preparava la sua opera su Alessandro Manzoni e riviveva gli spiriti più alti del Risorgimento a nostro ammonimento e conforto. E Carlo Sforza che, ancora giovanile, aitante, sembrava sceso da una nobile tela del Rinascimento, e insegnava a tutti due virtù allora in particolar modo necessarie: il coraggio e il disprezzo. Nobili figure e tutte serene ed amabili e fermissimi caratteri che la dittatura non potè, non che scalfire, turbare.

Ebbene, tra queste grandi ombre il nostro Lulli è andato a trovare la pace ed ha lasciato a noi con il suo ricordo, la comunione della sua opera, il segno della sua anima immortale. E forse il primo cui è andato incontro è stato lo spirito di Alcide de Gasperi.

In casa Bracci fu accolto quando uscì dal carcere e fu ricevuto con l’onore di un ospite di riguardo che viene da un viaggio lontano e pericoloso. Nel regno delle ombre Lulli ed Alcide – ora – parleranno di quel pomeriggio nel quale ci riunimmo. Salutavamo de Gasperi, dopo il pericolo, come un amico caro e ritrovato.

Veramente anche la morte è giusta. Come avrebbe potuto vivere ancora Lulli Bracci e come avrebbe potuto vederci, superstiti amareggiati ed amari, divisi, ostili o quanto meno, indifferenti? Non è stato meglio per lui ricordarci come gli «amici» della sua famiglia e della sua casa, gli amici della libertà, che fu la sua civile passione? Non è stato meglio per lui pensarci ancora uniti e, con lui, fermi e sereni nel dolore e contro le avversità? E lasciarci in questo sogno?

Certo che è stato meglio per lui. I sogni non sono che sogni. E la morte può essere, anch’essa, un dolce sognare.

MARIO FERRARA