Jolanda Torraca

Quelli che hanno scelto male la campata

Non è facile, dopo tanti anni, ricostruire l’atmosfera di un momento significativo che si è vissuto in gioventù: i ricordi si sovrappongono e l’immagine dei giovani di allora, molto entusiasti e un poco sprovveduti, resta falsata da quella posteriore, di saggi uomini maturi, in cui si trasformarono dopo le molte esperienze vissute.

Erano partiti da un impulso di ribellione, nato dall’amara e traumatizzante realtà di tre anni di guerra, una guerra combattuta ancora dagli uomini e non dalle macchine, ben diversa da quelle che son venute dopo, una guerra che ha chiuso un’epoca e una concezione secolare della strategia di un conflitto armato, ereditata dalle guerre napoleoniche, nelle quali un capo più o meno geniale muoveva in campo aperto reggimenti variopinti, aggirava o prendeva di fronte il nemico, resisteva schierato in quadrilatero su un’altura, determinando in uno scontro visibile ad occhio nudo la vittoria o la sconfitta.

Com’erano quei giovani usciti dalla guerra 1914-’18? Gli storici hanno scritto ormai volumi in proposito, esaminando le forze politiche ed economiche che hanno pesato nelle convulsioni del dopoguerra italiano, da cui doveva uscire sconfitta la democrazia ed aprirsi la paurosa parentesi di retorica e becerismo trionfante, iniziata con la Marcia su Roma dell’ottobre 1922.

Tra questi “giovani” di allora c’era un gruppetto che “aveva scelto male la campata”, come diceva la mia indimenticabile amica Margherita Bracci Papafava, a cui nessuno dei suoi tanti amici, divenuti più tardi letterati o storici di primo piano, ha pensato di dedicare un “profilo” che si sarebbe ben meritato!

“Scegliere male la campata” è un modo di dire veneto e Margherita spiegava che esso gioca sul doppio senso della “campata”, il solco dell’aratro che segna in lungo il campo, e l’esistenza che ci è toccata: e certamente quel gruppo di amici che si riuniva nella sua casa e dava corpo a svariate iniziative intellettuali era senz’altro ciò che oggi si direbbe un manipolo di contestatori: sempre all’opposizione, sempre in discussione tra di loro, fabbricando programmi bellissimi che difficilmente trovavano attuazione, spaccando insomma in quattro ogni capello, secondo la buona tradizione italiana, che ancor oggi sconcerta per la sua astrattezza gli stranieri – salvo beninteso i tedeschi, che di questo modo di impostare filosoficamente il dibattito politico sono i padri spirituali.

Ma in quel momento chi, come me, si trovava ad entrare per la prima volta nel salotto di Casa Bracci, così tipicamente veneziano nella composizione dei suoi bellissimi mobili antichi, coi “trumeaux” dalle specchiere istoriate, eredità familiare di varie generazioni che, per un verso o per l’altro, avevano contato nella storia italiana, improvvisamente si sentiva approdare in un continente diverso, perché pur recependo le parole, non riusciva a momenti a seguirne il nesso, tante erano le allusioni, i modi di dire particolari, che creavano un vero “linguaggio familiare” difficilmente comprensibile agli estranei.

Il grosso del gruppo faceva capo alla rivista “Volontà”, sorta negli ultimi mesi di guerra ad opera di un gruppo di ufficiali della Brigata Avellino, che si trovavano riuniti in quel momento a Campese, nel Veneto, presso il Comando della Divisione, di cui era comandante il generale Boriani. Entusiasta, burbero, un poco confusionario, il generale assisteva alle discussioni dei suoi ufficiali, tra cui in primo piano vincenzo Torraca, il quale aveva già una certa esperienza di giornalismo e di vita politica, il marito di Margherita Papafava, Lucangelo Bracci, e Giovanni Marchi, che doveva successivamente buttarsi nella politica attiva e diventare deputato liberale, sottosegretario nel primo Ministero Mussolini e infine ambasciatore.

Nei lunghi conciliaboli che avevano caratterizzato la ripresa spirituale e morale del dopo-Caporetto era maturata l’idea di fare una rivista che esponesse le idee di quei combattenti che non si ritrovavano nella asfittica vita politica italiana dell’anteguerra, ma altrettanto violentemente rigettavano il neutralismo dei socialisti, perché essi erano stati tutti interventisti e avevano sentito la guerra come ultimo passo verso una nuova concezione della vita politica del paese.

Il fascismo non era ancora nato, benchè nel “Popolo d’Italia” Mussolini già tuonasse contro l’Italietta del passato e i “bolscevichi” del presente, raccogliendo le teorie dei nazionalisti italiani; “Volontà”, soprattuto nel suo primo anno di vita, rappresentò molto vivamente quel magma di idee che si era messo in moto con la crudele esperienza delle trincee. La rivista, dopo una serie di numeri pubblicati tra il 1918 e il 1922, sospese le pubblicazioni per riprenderle per un breve periodo nel 1924, sempre in gran parte finanziata da Lucangelo Bracci: la sua storia è stata recentemente rievocata nel volume di un giovane studioso, Giovanni Sabbatucci, “La stampa del combattentismo”.

A guerra finita Lucangelo e Margherita Bracci si erano stabiliti a Roma e alla loro casa ospitale aveva fatto capo, oltre ai redattori di “Volontà”, anche tutto il mondo politico che era stato legato al padre di Margherita, Francesco Papafava, e che allora gravitava intorno a Gaetano Salvemini e alle due riviste: l’ “Unità” e “La Voce” di Prezzolini.

Chi erano Lucangelo Bracci – per gli amici Lulli – e Margherita Papafava?

Margherita veniva da una antichissima famiglia, i Carraresi, che già nel quattrocento erano signori di Padova e il cui ramo cadetto, appunto i Papafava dei Carraresi, tuttora possiede terre nel Veneto e un bel palazzo nella città. Il padre di Margherita, morto prima del 1914, era stato un rappresentante di quella aristocrazia intellettuale italiana che aveva rott con il conservatorismo tradizionale e aveva aderito alle prime romantiche spinte del socialismo. Francesco Papafava, divenuto poi un economista di valore, amico di Pantaleoni, di De Viti De Marco e di Gaetano Salvemini, aveva persino abbandonato la famiglia, fuggendo da casa a diciannove anni e mantenendosi da solo a Milano con il suo lavoro in una tipografia. Rientrato dopo un anno in famiglia, anche perché il suo fisico non aveva resistito alla dura vita dell’operaio ed aveva contratto una grave malattia che pesò poi su tutto il resto della sua vita, si era successivamente sposato e stabilito a Padova, dedicandosi allo studio della economia e pubblicando numerosi scritti, raccolti poi in un interessante volume.

Era chiaro che un simile padre non avrebbe dato ai suoi figli un’educazione tradizionale: Margherita, e poi il più giovane fratello Novello, ebbero per maestri persone come Gaetano Salvemini e una preparazione culturale di prim’ordine anche se Margherita, come buona parte delle figlie di nobili famiglie, non aveva mai messo piede in una scuola pubblica. A Padova, appena diciassettenne, aveva conosciuto e si era innamorata di Lulli Bracci, allora ufficiale di cavalleria, scelta che per molto tempo aveva reso perplesso suo padre, il quale vedeva in questa categoria il non plus ultra del mondo vanesio e retorico della buona società, imbevuta di snobismo dannunziano.

Ma quando, dopo le suppliche angosciate della figlia tanto amata, cercò di conoscere il giovane, si rese conto che quel cadetto di nobile famiglia privinciale toscana che si rifaceva a Fortebraccio, era tutt’altro che uno sciocco e che, se aveva scelto quella carriera, era unicamente perché per lui quella era la strada più facile per essere indipendente dalla famiglia e perché i cavalli erano la sua grande passione. Del resto il padre di lui, deputato alla camera per la circoscrizione di Orvieto, doveva essere un uomo di buona cultura e un fine conoscitura della letteratura francese, come testimonia la sua biblioteca, ricca di bellissime e a volte rare edizioni degli scrittori di Francia, e non solo dei più popolari.

Si sposarono nel 1913, ma poco dopo, nel 1915, l’entrata in guerra dell’Italia aveva costretto Lulli a partire per il fronte con il suo reggimento appiedato. Fu un’esperienza particolarmente dura, perché, salvo brevi periodi di riposo, egli passò due anni in trincea. Ne è testimonianza un suo Diario di Guerra, ritrovato dopo la sua morte e pubblicato dagli amici, nel quale risulta quanto profondo sia stato il suo travaglio, in quel contatto diretto con il popolo minuto italiano, quel “fante”, che fino allora era stato per lui un’entità vaga, una figura retorica più che una realtà concreta, mentre da questo incontro quotidiano con i suoi uomini era nata una reciproca stima e solidarietà che doveva condizionare tutto il resto della sua vita.

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Finita la guerra Lulli Bracci non se l’era sentita di continuare a fare l’ufficiale di carriera e aveva dato le dimissioni; forse pensò per un momento di intraprendere la carriera politica, come già aveva fatto suo padre. Comunque le sue nuove amicizie e l’appoggio del gruppo di “Volontà” lo portarono ad avere una posizione di primo piano nell’Associazione dei Combattenti che si andava costituendo: infatti dopo il Congresso di Napoli nel 1920 egli era entrato a far parte del suo Comitato Centrale.

Ma era difficile per lui poter continuare a far politica nell’atmosfera che si andava costituendo in Italia: tutta la sua indole, le amicizie sue e quelle di sua moglie, nonché del cognato Novello Papafava, lo portavano decisamente nel campo antifascista. Gaetano Salvemini era il grande nume della sua casa ed era appunto ospite in casa sua quando fu arrestato a Roma la prima volta per l’affare del “Non Mollare”, il giornale clandestino che in ordine di tempo precedette “Giustizia e Libertà”. Pian piano lasciò tutte le sue cariche nell’organizazione dei Combattenti che sempre più cadeva in mano ai fascisti, e si ritirò a vita privata, mentre il suo “saltto” continuava a prosperare. Si può anzi dire che fu allora che esso assunse quella fisionomia e quella importanza che andava ben aldilà del fatto mondano. Tutto un mondo di antifascisti, dagli aventiniani a quelli che in silenzio preparavano una resistenza sotterranea che doveva poi sfociare nella stampa dei giornali clandestini, diffusi da una catena di amici, si incontrava in quella casa ospitale la sera del mercoledì, spostato poi, non ricordo per quale ragione, a giovedì.

In realtà nella storia del “Salotto Bracci” bisogna distinguere tre periodi: il primo, degli inizi, che arriva circa al 1924, in cui, accanto a Salvemini e al gruppo di “Volontà”, apparivano personaggi piuttosto legati al mondo della cultura che non alla politica militante, come Romolo Murri, Umberto Zanotti-Bianco, Giovanni Prezzolini, Mario Ferrara e altri. Successivamente, mentre la politica italiana diventaa più drammatica e si giungeva all’assassinio di Matteotti e alla lotta dell’Aventino, entrano in scena personalità di maggio peso, come Giovanni Amendola, Carlo Sforza e, dopo il loro trasferimento a Roma, il Senatore Luigi Albertini con il fratello Alberto, estromessi dal “Corriera della Sera”, nonché molti altri esponenti che poi dovevano emigrare all’estero, come Emilio Lussu e i fratelli Rosselli. Tutti questi personaggi per vedersi senza dare nell’occhio, si davano appuntamento a Casa Bracci, sfuggendo così agli “angeli custodi” che sorvegliavano le loro casa.

Con l’arresto di Francesco Fancello nel 1929 e col successivo processo di “Giustizia e Libertà”, il salotto di Roma praticamente si chiude. La Famiglia Bracci si era già trasferita stabilmente a Montepulciano, dove possedeva la bella casa avita, arredata in modo estremamente confortevole, dove da molto tempo passava lunghi mesi nella buona stagione.

La generosità illimitata di Lulli e Margherita e il contraccolpo delle disavventure finanziarie di Casa Papafava, che un amministratore disonesto portò in rovina, travolgendo anche la parte di eredità che toccava a Margherita, avevano gravemente ridotti le rendite dei Bracci, consigliando loro di chiudere la casa di Roma. Inoltre Lulli aveva creato a Montepulciano, insieme a un gruppo di reduci dalla prima guerra, una falegnameria di cui era diventato l’anima e il responsabile finanziario.

Francesco Fancello lo aiutava in questo lavoro, dopo che il Governo fascista lo aveva estromesso dal suo posto di segretario degli Ospedali Riuniti di Roma per ragioni politiche. Egli però già allora lavorava clandestinamente, a insaputa di Lulli, nel movimento di Giustizia e Libertà, con Ernesto Rossi e Riccardo Bauer, collaborando e diffondendo il giornale stampato all’estero e organizzando centri che raccoglievano gli sparsi antifascisti che ancora resistevano al regime. Purtroppo nell’organizzazione si insinuò una spia dell’OVRA e nell’autunno del 1929 Fancello, Rossi, Bauer, Traquandi e molti altri furono arrestati e condannati poi dal Tribunale Speciale a lunghi anni di carcere.

La vita sociale di Casa Bracci segnò in quei tempi una battuta di arresto: tuttavia l’ospitalità a Montepulciano riprese, ma cambiò destinatari: scomparvero gli uomini politici e in loro vece vennero giovani letterati, sempre di forte intonazione antifascista, legati a quel polo di ineressi che rappresentava la presenza di Pietro Pancrazi e Umberto Morra nella vicina Cortona. Guglielmo Alberti e tutto il grupo che gravitava intorno alla rivista “Solaria” vi trovarono spesso ospitalità e lo stesso Alberto Moravia, allora giovane promessa, ma già famoso per i suoi “Indifferenti”, vi fece dei lunghi soggiorni.

A Montepulciano inoltre passava le estati nella sua casa Piero Calamandrei, con cui i Bracci avevano stretto una solida amicizia. Uno stuolo di donne, alcune giovani e belle, altre famose per la loro passata bellezza, in genere parenti della padrona di casa, passavano per Montepulciano durante la loro cura nella vicina Chianciano, già allora famosa per le sue acque salutare

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Cos’era che attirava a Casa Bracci tante personalità politiche o semplicemente uomini di cultura, in tutto quel lungo e complesso periodo di vita italiana? Senza dubbio, più che di valori intelletuali, si trattava di una grande carica di umanità, associata a quel saper vivere e interessarsi del prossimo che oggi è quasi scomparso. Lulli, per quanto toscano scanzonato, che ogni tanto poneva un freno agli entusiasmi della moglie, aveva un profondo sospetto per l’intelligenza e per la personalità degli altri. Margherita aveva invece la infantile ingenuità e l’ottimismo di quelli che sono nati privilegiati e sono stati troppo protetti nella loro infanzia. Nella sua casa aveva visto passare tutte le più alte autorità del paese: la zia era Dama di Corte, la madre Dama di Palazzo, come di diceva allora, ma nessuno era pedissequamente ossequiente dinanzi ai grandi nomi. Ogni tanto Lulli si sfogava contro le “tendine rosa” che la moglie aveva steso dinanzi ai propri occhi e che le velavano ogni giudizio critico su quelli che amava: figli e amici in primo luogo. Eppure Margherita non era una sprovveduta: era un suo modo di difendersi dagli aspetti troppo crudi della vita!

Come molte donne della sua classe sociale, essa era sprovvista di senso pratico: non aveva idea di come si facesse a spedire una lettera, di come si acquistassero le cose necessarie all’andamento della casa, alle quali provvedeva il cuoco o l’ineffabile “Sella”, abbreviativo trovato dai ragazzi in luogo di “Mademoiselle”, l’istitutrive francese, una brava figliola che non riuscì mai a insegnare il francese ai suoi pupilli, ma in compenso divenne una specie di direttrice di casa, restando fedele alla famiglia anche nella cattiva fortuna e che ancor oggi sopravvive ai suoi datori di lavoro in una casa di riposo in Francia.

Per Margherita le cose dell’intelligenza erano tutto, anche se i suoi giudizi non erano sempre sorretti da uno spirito critico: ammirava e difendeva a spada tratta i suoi nemici, qualunque cosa facessero, ed era disposta per essi a qualsiasi sacrificio, salvo quello di alzarsi presto la mattina, perché, nottambula di costituzione, la sua giornata incominciava a mezzogiorno. La notte era dedicata a riordinare le sue idee e le sue cose, a leggere o scrivere lettere, a mettere a posto quelle che riceveva dagli amici. Ce ne sono, pare, grossi pacchi a Motepulciano, legate coscienziosamente con nastrini, perché era straordinariamente metodica nelle sue cose e i suoi “lever” e “coucher” erano famosi tra le sue amiche per un vero e proprio cerimoniale che vi presiedeva.

La capacità di solidarizzare con gli amici esponeva talvolta Margherita ad azioni rischiose, come quando, al momento dell’assasinio di Matteotti, incinta all’ultimo mese, voleva partire con un gruppo di amici, capitanati da Zanotti-Bianco, a portare un mazzo di fiori sul luogo dove Giacomo Matteotti era stato rapito e dove in quel momento le camicie nere manganellavano chi veniva a dimostrare. “Non avranno il coraggio di bastonare una donna incinta!” sosteneva. In quei momenti Lulli, di solito così condiscendente con la moglie che adorava, forse appunto per questo suo lato un po’ infantile, si metteva a fare “il raschino”, come diceva lui, e con il suo innato buonsenso impedì alla moglie di fare follie, promettendo di andare lui al posto suo con gli amici. Per fortuna non successe nulla, perché i manganellatori erano stati ritirati!

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Dopo l’8 settembre del 1943 la casa dei Bracci a Montepulciano divenne un rifugio di giovani che si nascondevano per non essere arruolati dai “repubblichini” di Salò, oppure trascinati nei campi di lavoro dai tedeschi. Lulli Bracci era in quel momento Podestà di Montepulciano, carica cui era stato chiamato dal Governo Badoglio: quindi rischiava grosso nei confronti dei tedeschi che non scherzavano e il cui Comando Generale di zona era a Cortona. Oltre ai suoi tre figli nella casa si nascondevano ben sei giovani tra i diciotto e i ventitre anni, di cui due figli miei. Tra parenti, rifugiati e amici che cercavano di fuggire ai pericoli di Roma si trattava di dar da mangiare ogni giorno a diciotto persone, oltre alla servitù! E Lulli ci riuscì, senza mai giovarsi della sua carica di Podestà e consegnando coscienziosamente all’ammasso i prodotti delle poche terre che gli erano rimaste.

Tutto questo non bastò ad evitargli violente critiche a liberazione avvenuta, perché con la sua autorità aveva impedito il linciaggio dei pezzi grossi fascisti locali, di cui finse di ignorare i nascondigli, così come avevano fatto loro, quando nascondeva nella propria casa i giovani renitenti ai bandi di Graziani. Il suo buonsenso e l’innato bisogno di giustizia gli impedivano di infierire contro gente che aveva aderito al fascio per opportunismo: li disprezzava e non li aveva mai voluti frequentare, ma aveva sempre evitato che si giungesse a fatti di sangue, come purtroppo avvenne in tanta parte della Toscana.

Quando, dopo l’8 settembre 1943 incominciarono le rappresaglie e i rastrellamenti tedeschi e un partigiano di un paese vicino fu impiccato ad un albero del giardino pubblico, egli andò al Comando tedesco di Cortona per offrirsi come ostaggio, in sostituzione dei cittadini di Montepulciano che erano stati presi, benchè l’azione partigiana si fosse svolta lontano, nella Val di Chiana.

Nessuno fece la spia per i giovani nascosti a Casa Bracci che si salvarono tutti: tre di essi, compreso il figlio minore di Margherita e Lulli, si arruolarono a liberazione avvenuta nel ricostituito esercito italiano che combattè accanto alle truppe alleate e parteciparono alla liberazione di Bologna nella primavera del 1945.

Ma il salotto di casa Bracci non riaprì più i suoi battenti a Roma, finita la guerra. Lulli era uscito spezzato dalla dura esperienza dei mesi in cui aveva retto il Comune di Montepulciano: aveva perso la fiducia nella politica e non se la sentiva più di ricominciare a lottare insieme ai giovani estremisti che uscivano dalla lotta partigiana. Forse si sentiva troppo vecchio, forse serpeggiava già in lui quel male subdolo e inguaribile che doveva portarlo alla tomba pochi anni dopo, nel 1952. agli amici superstiti del gruppetto di “Volontà”, che rivedeva sempre con piacere, disse che doveva pensare ai casi suoi e non poteva permettersi il lusso di nuove iniziative. Il patrimonio dissestato gli dava molti pensieri, la falegnameria industriale andava male e dovette chiudere. Solo la famiglia, i figli che si sposavano e la insostituibile presenza di Margherita gli davano conforto.

Montepulciano era sempre la casa accogliente, ma non venivano più d’estate tutti quegli amici, politici e letterati, di prima della guerra; si discuteva ancora, anzi firse più che mai coi fedelissimi rimasti, di quell’inestricabile groviglio di problemi che la guerra e il fascismo avevano lasciato e a cui bisognava assolutamente trovare una soluzione. Ma Lulli e Margherita Bracci erano purtroppo tra quelli “che avevano scelto male la campata”. Se ne andarono, uno dopo l’altro, in silenzio: nessuno ha celebrato la loro vita, nessuno ha ricordato i loro notevoli sacrifici, le rinuncie a una vita brillante che forse sarebbe toccata loro, se avessero accettato di non pensare con la loro testa, di non sostenere i loro amici e le persone che ammiravano e stimavano, se si fossero agganciati insomma al carro del successo, a cui le loro parentele e la loro casta li avrebbero certo potuti portare.

Spero che un giorno si troverà uno storico che vada a frugare tra le vecchie e polverose carte della biblioteca di Montepulciano e riesca a ricostruire quell’ambiente pieno di fascino di un’epoca di trapasso, quale è stata quella tra le due guerre, in cui esistevano ancora salotti intellettuali nei quali si aveva il tempo di discutere per serate intere in cui non si correva da un cocktail all’altro, ma si stava a conversare, ascoltando quel che ognuno diceva e non solo cercando di mettesi in vetrina oppure facendo da tappezzeria ai soliloqui di personaggi hce la padrona di casa “serve” ai presenti, come se si trattasse di un piatto prelibato.

Margherita era in fondo una mediocre padrona di casa, nel senso in cui lo so concepisce oggi: il suo buffet, che del resto era Lulli acurare, era buono ma non eccelso e forse piuttosto convenzionale. Nessuno pensava alle presentazioni che si facevano come uno voleva e i padroni di casa lasciavano che i gruppi – sempre due o tre almeno – si facessero o disfacessero a loro volontà. Ma Margherita sapeva ascoltare: la personalità interessante, uomo o donna che fosse, veniva invitata a successivi incontri tra un gruppo più ristretto, dove si poteva meglio parlare. La padrona di casa passava i pomeriggi nel suo salotto che si sporgeva su una terrazza da cui appariva un paesaggio unico: i Fori Traianei in primo piano, il Palatino in faccia, il Campididoglio a destra e il Colosseo a sinistra, sullo sfondo. Serviva il thè a tutti gli amici che volevano vederla: e anche quello era un vero rito, ripetuto sempre con gli stessi gesti e con gli stessi bellissimi arredi, il grande bollitore d’argento dove l’acqua si scaldava, la piccola teiera per il concentrato che veniva diluito, alla russa, secondo i gusti dell’ospite.

Su questo sfondo si muoveva la sua figura altissima e sottile, anzi decisamente magra, con un lingo collo e una piccola testa che ricordava le figure del Cossa e della scuola dei pittori ferraresi del Rinascimento. Una figura che nasceva da un miscuglio di parentele venete, un po’ dira di linee e senza sinuosità femminili, ma piena d’uno “charme” particolare, in una apertura amichevole e comprensiva, riservata naturalmente solo a quelli che erano gli “amici”.

Nell’isola “dalle cortine rosa” che si era creata attorno e in cui ha voluto credere fino in fondo, non per sciocca credulità, ma perché voleva ignorare wuello che considerava sgradevole, la sua mente si è persa in una nebbia che ha circondato gli ultimi anni della sua vita, dopo che le è mancato l’uomo che aveva scelto fin da ragazzina, quello che aveva voluto sposare malgrado l’opposizione del padre, con la paziente ostinazione che era una delle sue caratteristiche.

La casa di Montepulciano, dove venivano ospitate fin venti persone alla volta, oggi è diventata l’ “Ufficio del Registro”: solo la biblioteca, piena ancora dei vecchi libri e delle carte, è rimasta come la punta emergente dell’isola inabissata. Ahimè, chi avrebbe potuto continuare a tenere in piedi una simile casa? I figli lavorano, una pleiade di nipoti, e ormai anche pronipoti, si affaccia alla vita. Ci sarà tra loro un giorno qualcuno capace di riprendere in altre forme la bella tradizione dei nonni?

JOLANDA TORRACA

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