Iris Origo

La memoria di Lulli è legata per me ad un ricordo che, per merito suo, non è mai stato triste, anzi profondamente rassicurante: una conferma di semplice e spontanea bontà umana. È un ricordo di guerra.

Quando i tedeschi occuparono anche la cantina della Foce in cui avevamo ricoverato i 23 bambini sfollati ospitati da noi durante quei mesi, dovemmo partire per il paese più vicino, Montepulciano, coi bambini e colle vecchie, le puerpere e i neonati che pure si erano rifugiati in cantina. Partire come tante altre migliaia di persone che la guerra scacciò allora dalla loro casa: coi bambini in collo o attaccati alle nostre sottane, colle bombe che cadevano, cogli aeroplani che scendevano per mitragliare, coi boschi pieni di mine. Passammo per i boschi, per i ripidi pendii delle colline, per i fossi, poiché le strade, bersagliate dagli aeroplani, erano impraticabili; facemmo con tutti questi bambini più di 15 chilometri a piedi e, finalmente, esausti, arrivammo sotto le mura di Montepulciano.

Ma non eravamo tranquilli. Un ufficiale tedesco, che avevamo incontrato per strada, ci aveva detto che anche Montepulciano stava per essere bersagliato e la gente cominciava a partire. «Forse saranno partiti anche i Bracci» pensavamo tra di noi, «forse non troveremo asilo». Ma mentre scendevamo esausti nel fosso, coi bambini che piangevano dalla stanchezza, dalle mura di Montepulciano ci videro: «arriva La Foce!». E ci vennero incontro – uomini e donne (molti di essi sfollati anche loro pochi mesi prima dalla zona Cassino) si presero i bambini in collo, e ci accompagnarono fin su nel paese, – una lunga processione stanca, ma quasi allegra, con Antonio in testa e Donata ridente sulla sua spalla. E lassù, sulla porta di casa Bracci, c’era Lulli – Lulli già tanto stanco, in quel momento di angoscia, per le infinite preoccupazioni della sua carica di Sindaco –  al quale portavamo ben altre 60 persone da ospitare e proteggere e sfamare. Ci accolse come solo lui poteva accoglierci: con una bontà così semplice ed immediata, che per un momento mi parve che fosse un giorno come tutti gli altri e che stavamo arrivando per prendere il the e per fare una buona chiacchierata con Margherita. «Avanti, avanti, venite sul terrazzo, c’è posto per tutti!». E ad un operaio che gli stava accanto: «su, presto, vai a smurare i materassi». Ed eccoci tutti sul terrazzo, e c’era pane e formaggio per tutti, e i bambini non piangevano più, e presto, sui materassi smurati, nelle belle stanze del primo piano trasformate in dormitorio, dormivano sicuri. E Lulli, il caro Lulli, li guardava contento, e diceva: «C’è ancora qualche sacco di riso in Comune».

Per nove giorni siamo rimasti in casa sua, ed in quei giorni Lulli era l’anima del paese. Era lui – sempre buono, sempre paziente, umano e comprensivo – che faceva coraggio con la sua voce un po’ fioca a chiunque venisse a chiedergli consiglio od aiuto; era lui che cercava di proteggere i cittadini dalle richieste dei tedeschi di tutto quel che rimaneva nelle botteghe del paese, che calmava gli irati e rendeva fiducia agli spauriti. Fu lui, insieme con Antonio, a salvare dalla morte un ragazzo partigiano terrorizzato, catturato sul cipresso sul quale si era arrampicato. E quando arrivarono gli Alleati, fu lui a riprendere ancora sulle spalle il pesante fardello di responsabilità di tutta la città, affrontando gli innumerevoli problemi del dopo-guerra.

Aveva subito organizzato mense popolari per tutti – cittadini e sfollati, vecchi e giovani – a cui mancava il pane. Lo vedo ancora a quella mensa affollata, dirigendo il servizio (tutto fatto da volontari) assaggiando la minestra, sudato, affaticato, ma sempre cordiale, semplice, sempre con una parola buona per ogni vecchio, una carezza per ogni bambino.

E soprattutto ricordo come fosse ieri una sua frase, detta ai suoi figlioli quando ancora i tedeschi erano in paese, quando il cadavere di un povero giovane partigiano era stato appena staccato dal fanale dove lo avevano impiccato. «Bisognerà metterci un’iscrizione» dissero i giovani, «per ricordare quel che i tedeschi ci hanno fatto». – «No», disse Lulli, – e non dimenticherò mai la sua espressione profondamente triste, profondamente buona, «basta con l’odio! Ci metteremo invece una Madonnina, – la Madonna del Buon Consiglio».

IRIS ORIGO

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