Guglielmo Alberti

           Nel febbraio del ’53 sarebbero stati esattamente trent’anni che ci si conosceva, con Lulli. Le cose erano andate così. Appena arrivato a Roma mi era venuto a cercare Morra a cui mi aveva segnalato Gobetti, e Morra, gran promotore d’incontri, mi condusse senz’altro a uno dei famosi «giovedì» di casa Bracci.

            In quei tempi l’antifascismo poteva sembrare ancora un’avventura da salotto. (Un «rondista» mi diceva: «Ma che cos’è questa “Rivoluzione Liberale”? Fa pensare ai signori in tuba che giocano alle barricate»). Di fatto penetravano in casa Bracci anche persone non dirò del campo avverso, ma meno intransigenti, e con queste si poteva ancora liberalmente discutere. Però la maggior parte di quelli che frequentavano i «giovedì» di casa Bracci avevano il senso che qualche cosa di molto grosso era successo il 28 ottobre. Nessuno beninteso poteva figurarsi i fantastici sviluppi, le ripercussioni internazionali, il lento ma progressivo appiccarsi del contagio oltr’alpe, ma il secolo in quell’inverno si era fatto di un colore parecchio scuro. Non si diceva ancora «totalitario» ma ci si sentiva già come insidiati alle radici. E per quanto il fenomeno apparisse strettamente nazionale, quasi un indizio di provincialismo, l’aria era troppo carica di elettricità perché confusamente non ci si preparasse al peggio. Ma cos’era questo manipolo di persone sgomente a paragone dei milioni che plaudivano da un capo all’altro dell’Italia? E più si saliva da una classe sociale all’altra, più l’entusiasmo si faceva clamoroso, aggressivo, vendicativo, forcaiolo.

            Così stando le cose, in casa Bracci si assisteva a questo raro spettacolo: dei «Signori» che non potevano certo essere tacciati di scarso patriottismo (certuni, anzi, fra i convenuti ai «giovedì» non si poteva dire che avessero così incondizionatamente condiviso quello ch’era stato il vivace interventismo dei Papafava e dei Bracci) insorgevano senza esitazione contro l’autoritarismo nazionalista instaurato dal colpo di Stato di tre mesi prima. Per Lulli, anzi, ex-militare di carriera, era stata proprio l’esperienza della guerra a rivelargli dove il patriottismo male inteso poteva condurre. Ufficiale di cavalleria volontariamente appiedato, combattente sui fronti del Friuli, della Bainsizza, avendo fatto, in perfetto ordine, la ritirata di Caporetto comandando la sua «compagnia mitragliatrici» e poi di nuovo in Valsugana come ufficiale di collegamento, Lulli aveva stretto in guerra delle profonde amicizie di pace. In guerra, cioè, si  era più che mai persuaso che certe essenziali qualità umane andavano difese con una forza di carattere che escludeva il ricorso alla pura forza, altrimenti era finito tutto e l’uomo non era più uomo. La guerra, in altri termini – e succede meno infrequentemente di quel che si pensi a chi la faccia sul serio – gli era riuscita una scuola di democrazia. Dalla sua franca «camaraderie» con gli ufficiali e soldati del suo Reggimento, Lulli era, così, insensibilmente passato a annodare via via quelle amicizie che, a ben vedere, erano tutte in funzione di una democrazia da realizzare a qualunque costo se si voleva che l’Italia fosse davvero la patria. Queste amicizie si rinsaldarono sempre più man mano che l’Italia diventò più difficile di amarla coi tratti che imponeva alla sua fisionomia l’esaltazione xenofoba dei nuovi governanti. «In fondo, diceva ridendo Lulli, velando pudicamente il suo illuminato amor di patria con la maschera dello scetticismo, siamo poche dozzine di persone sullo zatterone alla deriva dell’antifascismo…». Ma non per questo veniva meno in lui la fede in quell’amicizia fra i popoli ch’era stato uno degli ideali del Risorgimento. Così si confondevano, si completavano naturalmente in lui, la sua origine, le sue abitudini aristocratiche, con quella vocazione democratica che, mi par bene, fu uno dei tratti dominanti della sua vita e ce lo ha reso amico tanto prezioso, indimenticabile.

            Caro Lulli, così modesto e così tenace, così appassionato e così scanzonato, chi di noi non lo ricorda fra i suoi operai, in falegnameria, a Montepulciano, intento a risolvere un problema tecnico, a studiare lo stile di un salotto, più spesso ad affrontare il «caso» particolare, umano che gli esponeva uno dei suoi uomini? Chi non rammenta come poi alternasse queste occupazioni di cui sentiva tutta la responsabilità grande e umile insieme (ed erano il suo modo di «servire», per lui che alla politica militante non era nato) con quel continuo sviluppo di sé che perseguiva attraverso la lettura di studi storici e sociali? Quando lo conobbi Lulli era già sulla quarantina, ma per quanto lo potessero aver maturato la guerra e tutto quello ch’era successo dopo, di fatto, lui, non si considerava mai abbastanza maturo, e il desiderio di leggere opere nel testo originale gli fece pazientemente imparare l’inglese, il desiderio di decifrare la sua cara musica gli fece addirittura imparare a suonare il pianoforte.

            Quanto poi alla sua ospitalità, in cui lo assecondava così entusiasticamente sua moglie, avere un amico di più al proprio desco era per lui un piacere che si sottintendeva reciproco e sul quale perciò non c’erano da fare tanti pensieri. Famigliare di natura come pochi, d’altro canto di poche cose godeva come di quel naturale accrescimento della famiglia che sono gli amici accolti sotto il proprio tetto, e perciò nella sua ariosa casa di Montepulciano, di fronte a uno dei più bei paesaggi del mondo – quella Val di Chiana così vastamente distesa fino al Subasio, qua e là chiazzata dell’azzurro ora più lucente ora più cupo dei suoi tre laghi – ci siamo tutti sentiti più leggeri e più fiduciosi, d’animo, di corpo, come in pochi altri posti, come in pochi altri momenti della nostra vita.

            Valgano queste righe a dirgli ancora una volta: grazie. Il suo sorriso, il timbro della sua voce, il suo gesto franco, animato, accogliente, fanno tutt’uno per me con quell’aria d’oro fino e azzurra che è come lo sfondo di tanti giorni trascorsi nel salotto di Montepulciano e rimane una delle gioie più vere di un tempo ahimé passato, ma che sopravvive certo tra i più cari e grati nel ricordo di questo nostro tempo senza pace.

GUGLIELMO ALBERTI

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