Giuliana Benzoni

Forse fra gli amici che hanno parlato di Lulli in queste pagine io sono quella che ha di lui il ricordo più lontano nel tempo. Il mio primo ricordo di Lulli è infatti del 1908, quando Margherita quindicenne, con i capelli sulle spalle, me lo presentò a palazzo Papafava a Padova. Ed io più ancora dalla eleganza della sua bella uniforme di «Genova Cavalleria» fui colpita dalla grande simpatia del suo sorriso. Da allora per 45 anni ho seguito da vicino la vita di Lulli. In questi moltissimi anni, ogni volta che Margherita mi ha parlato del suo bene per Lulli lo ha fatto con l’immutato fervore col quale me ne parlò la prima volta e mi ha dato sempre la sua certezza: bastava la presenza di Lulli per renderla serena, qualunque fossero state le pene e le difficoltà. Senza di lui, per quanto ricca di affetto avesse potuo essere la sua vita, lei si sarebbe sempre sentita una povera «grande mutilata».

Per questa grande continua dimestichezza che ho avuto con casa Bracci io credevo di conoscere bene Lulli. Invece l’ho conosciuto soltanto durante la sua lunga malattia e la sua lunga agonia. E l’ ho capito soltanto dopo la sua morte. Dopo la sua morte mi è venuto fatto di ripensare spesso alle parole dette a noi, con accento commosso di ammirazione, del parroco di Santi Apostoli che era venuto a riconfortare Lulli e a dargli l’estrema unzione: «Vorrei che i miei religiosi, i fratelli francescani, sapessero morire come quest’uomo».

E mi son chiesta più volte che cosa c’era nell’anima di Lulli per meritare di essere di esempio a degli uomini più esemplari di lui, che rinunciando a tutto avevano dedicato la loro vita all’amore di Dio.

E mi è parso di poter rispondere così:

Lulli aveva veramente una candida fede nella misericordia di Dio, e per questa sua fede aveva potuto sempre perdonare a sé stesso colpe ed errori come aveva potuto perdonarli agli altri. Saper perdonare a sé stessi senza amarezze di falsi orgogli, senza perder fiducia in sé, con abbandono semplice e completo alla misericordia di Dio deve pur dare un gran senso di pace nel profondo della propria coscienza. Da questo profondo senso di pace con sé stesso doveva scaturire la straordinaria forza d’animo di lui ogni qualvolta le vicende della sua vita lo richiedevano. Lulli non era un forte nel senso stoico della parola, non affermava principii idealisti, non aspirava al martirio, mai fungeva da provvidenza, non ambiva affatto di essere un esempio per gli alti. Spesso anzi si mostrava debole verso le mancanze altrui, ed anche poteva indulgere alle sue debolezze, e poteva apparire angosciato, irritato, impari alle difficoltà della sua faticosissima esistenza quotidiana.

Ma da lui, a sua insaputa, si sprigionava una forza di bene che legava a lui in modo insolito gli umili e i semplici, una forza tanto più intensa quanto più gli si era vicini.

GIULIANA BENZONI

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