Giovanni Mariotti

Il Conte Lucangelo Bracci Testasecca si è spento nei giorni scorsi a Roma.

Non sembri strano che un giornale socialista ne rievochi la figura e le doti.

Il Conte Bracci apparteneva a quella cerchia ristretta di nobili pei quali l’appartenenza all’aristocrazia è nient’altro che un impegno, un motivo di speciali doveri, non una ragione di privilegi.

Cresciuto alla scuola di una famiglia liberale che non aveva mai partecipato alla difesa cocciuta e anacronistica di supremazie ormai condannate, egli seguì sempre con simpatia le conquiste dei poveri, degli umili, di tutti coloro che lavorano e faticano.

Nell’altro dopoguerra partecipò a un ristretto ma elettissimo movimento di rinnovazione liberale e democratica, che riunì alcuni fra gli ingegni più promettenti del tempo e sembrò portare una folata di aria fresca e pura nella torbida e pesante atmosfera creata dalle inquietudini, dai timori e dalle incognite di una situazione politica che fu certo fra le più agitate dell’epoca nostra.

Nessuna delle prospettive che il nostro Turati racchiuse nel suo mirabile programma «Rifare l’Italia», lo poteva spaventare tanto; al contrario di troppi del suo ceto e della borghesia, egli aveva compreso che, veramente, o si rifaceva l’Italia, o ci si consegnava all’avventura.

Il dilemma fu sciolto come si sa, e il Conte Bracci, come troppi altri, fu un esule nella sua patria, un testimone distaccato di avvenimenti e di cose che non lo riguardavano più.

Questo nella politica.

Ma il Bracci non era uomo che, imbrigliato in un campo, potesse rinunciare automaticamente a tutti gli altri.

Ciò che gli fu impedito nel dominio politico egli fece in altri e non meno fecondi domini, animato da quell’impulso di umana solidarietà che fu la molla della sua vita, la luce del suo cammino. Avrebbe potuto vivere, come i suoi simili, dei larghi mezzi che aveva ereditato. Lavorò, invece, e fece lavorare, pur riuscendo sempre a trovare quelle oasi della fatica che consentono i raccoglimenti pensosi e gli scambi fecondi di idee, con pochi amici affezionati e comprensivi.

Venne poi la guerra e vennero i giorni terribili dell’occupazione tedesca. Nominato dopo il 25 luglio Sindaco di una cittadina che gli era stata sempre carissima, rimase al suo posto anche dopo l’8 settembre. E vi fu, allora, chi se ne meravigliò. Ma non coloro che nel Bracci ebbero una guida preziosa, una protezione sicura. Anima della resistenza, egli si prodigò con una generosità senza limiti, con un coraggio senza riserve, pronto a pagare per tutti (e lo dimostrò in non poche occasioni).

Tornata la libertà di dire e di operare abbracciò i programmi dei cristiano-sociali e li sostenne senza allontanarsene mai idealmente nemmeno quando, finito quel movimento, ritenne di aderire alla Democrazia Cristiana.

Egli pensava, come sempre dovremmo pensare, che un’anima non si racchiude nei limiti di uno schema politico; che in un partito politico è già molto trovare le poche cose fondamentali sulle quali poggiano le nostre convinzioni, che molto bisogna accordare, nell’accessorio, al pensiero altrui; e fu per questo che, pur mantenendosi fedele alla tradizione liberale della sua famiglia, come alle idee sociali di tutta la vita, poté convivere nella famiglia democristiana dove non tutti, sicuramente, la pensavano come lui.

E’ morto pressoché povero. E questo è un altro dei suoi titoli di merito. Forse uno dei maggiori. Ciò che i furbi, gli speculatori, gli intriganti, poterono tacciare di debolezza, fu semplicemente bontà, condiscendenza, e anche – dobbiamo dirlo, seppur con tristezza – eccessiva confidenza negli uomini.

Nel momento dell’ultimo addio, ai discorsi ufficiali si è unito il pianto della povera gente che lo comprese, lo amò, lo seguì e non soltanto perché ne fu beneficiata.

I socialisti democratici, che ebbero sempre la sua simpatia, possono unirsi con cuore commosso a quel pianto.

GIOVANNI MARIOTTI
(Morte di un signore: da “La Giustizia” del 17 agosto 1952)