Gaetano Salvemini

Conobbi per la prima volta «Lulli» a Firenze, nella primavera del 1913. Era fidanzato con Margherita Papafava, figlia di due miei carissimi amici.

Dato che era ufficiale di cavalleria, lo guardai con un certo sospetto: gli ufficiali di cavalleria non godevano, fra noi plebei sinistrorsi, fama di essere eccezionalmente intelligenti. Margherita ricorda che dissi a lei e a lui: «Siate buoni e vogliatevi bene, che è l’unica bella cosa che si possa fare in questo mondo»; non mi pare idea molto peregrina, ma Margherita dice di averci ripensato tante volte nei tempi felici, e adesso che Lulli non è più con lei.

Lulli proveniva da una famiglia dell’Umbria e Toscana meridionale, patrizia di Montepulciano e Orvieto. Suo nonno, studente a Pisa nel 1848, partì col battaglione universitario che si batté a Curtatone e vi lasciò quasi tutti gli effettivi. Non si era trovato sul posto in quel giorno perché ammalato e si diceva nella famiglia di Lulli che se suo nonno non si fosse ammalato in quel momento, lui, Lulli, non sarebbe probabilmente mai nato. Fu Deputato di Orvieto al Parlamento di Torino e Sindaco di Orvieto per molti anni. Il padre di Lulli, uomo di buona cultura, fu Deputato di Orvieto per cinque legislature e poi Senatore; raccolse una buona biblioteca nella casa di Montepulciano, che Lulli seguitò ad arricchire. Promosse e finanziò la funicolare di Orvieto, una delle prime ad essere costruite in Italia.

La famiglia con cui Lulli si associò ammogliandosi, era fra le prime del Veneto. Francesco Papafava dei Carraresi, il padre di Margherita, fu uomo di varia cultura e d’arguzia originalissima. Pubblicò mensilmente dal 1899 al 1909 sul «Giornale degli Economisti» cronache della vita italiana, che furono raccolte dopo la sua morte in due volumi (Laterza di Bari): miniere di informazioni accurate e osservazioni intelligenti sui fatti economici e politici di quegli anni. La moglie di Francesco, proveniente dai Bracceschi di Perugia, fu donna di grande bellezza e brio.

Fra la famiglia di Lulli e quella di sua moglie c’era una discreta differenza di orientamento.

Il bisnonno di Lulli era stato a Parigi ciambellano di Napoleone I, e sua moglie aveva accolto in casa Mazzini, quando questi era venuto a trovare il Guerrazzi confinato a Montepulciano nell’estate del 1830: esiste ancora in casa Bracci il salottino ottocentesco dove Mazzini era stato accolto. Il nonno ed il padre di Lulli erano stati, come si diceva, liberali-conservatori. Francesco Papafava, invece, era quel che si diceva allora un «radicale». Il nonno di Lulli non amava «il vento, Wagner ed i socialisti». In casa Papafava nessuno aveva nessun fatto personale contro i socialisti né col vento, ed erano tutti wagneriani entusiasti. Lulli, che era sempre stato wagneriano fanatico per conto suo, non ebbe mai nessun preconcetto con i socialisti. Quando Lulli domandò a Francesco la mano della figlia Margherita, Francesco, che teneva anche lui in sospetto gli Ufficiali di Cavalleria, ma sapeva che la figlia, in questo caso, non nutriva nessun preconcetto ostile – anzi! –, disse a sua moglie: «Se Lulli si porterà male con Margherita, lo detesterò; ma se la renderà felice, lo adorerò».

Se avesse vissuto, lo avrebbe certamente adorato!

Nel 1918 Francesco era morto da sei anni. Nell’anno che andò dalla rotta di Caporetto alla fine vittoriosa della guerra, Maria Papafava offrì ospitalità generosa e semplice a tutti i notabili che andavano al fronte o ne ritornavano, in quella parte del Palazzo Papafava in Padova che non fu occupata dalla Missione militare francese.

Ritrovai Lulli una mattina della primavera del 1918, quando venne a prendermi a Padova e mi condusse al fronte per un giro di discorsi sulla guerra a soldati e ufficiali. La nostra familiarità allora crebbe di giorno in giorno nelle settimane che trascorremmo insieme spostandoci da un punto all’altro del fronte.

Finita la guerra, Lulli abbandonò la vita militare e si stabilì fra Montepulciano e Roma, assistendo con illuminata generosità tutti quei movimenti culturali e politici che miravano a fare dell’Italia un paese civile in un’Europa civile, e non un paese nazionalista in un’Europa nazionalista. Era abilissimo ad occultare la sua generosità e guidato da un infallibile buon senso nel giudizio degli uomini. Della loro casa in Roma lui e Margherita fecero un centro ospitale per tutti coloro che – in Roma o passando per Roma – resistettero prima alle frenesie della «vittoria mutilata» e poi alle criminalità fasciste. Fummo sconfitti, ed essi furono sconfitti con noi; ma non cambiarono mai bandiera, come troppi altri. Rimasero silenziosi, incrollabili al loro posto.

Caro Lulli, quanto vuoto hai lasciato nei tuoi amici, anche se il tuo ricordo e l’affetto per la tua Margherita occupino sempre vasto spazio nei loro cuori.

GAETANO SALVEMINI