Francesco Papafava

Gli amici lo chiamavano Lulli, ma per noi della prima serie dei nipoti Papafava, era «zio Berito», il marito di «zia Berita», il padre dei cugini Bracci che tanto ci divertivano là tra i cipressi del «Bersaglio» quando ci facevano partecipare ancora piccolissimi ai loro entusiasmanti ed audaci giochi.

Ricordo quando quasi ogni anno ci imbarcavamo nella grande Lambda blu e si partiva da Frassanelle per Montepulciano. Quei viaggi annuali erano per noi una sagra d’avventura che continuava gioiosa in casa degli zii: la lanterna magica che illuminava di fantastiche immagini la buia biblioteca, il salone rosso che sembrava fatto per mettere paura a dei bambini come noi, il luminoso salone della zia, il giardino con le fontane e la fabbrica delle gazose, la sala da gioco dove estasiato ammiravo le costruzioni che i cugini erigevano col meccano, ed il trenino elettrico che papà aveva regalato a Braccio. Ma tutti questi sono ricordi imprecisi, confusi, sebbene cari ricordi pieni di allegrezza, nei quali la figura dello Zio sfugge, si dissolve nell’ambiente che lo circondava.

Andando avanti con gli anni la personalità dello Zio si caratterizza nei miei ricordi più cari, per una grande bontà. Bontà altissima, effetto di quella sintesi felice di speranza e di rassegnazione, saggezza profondamente cristiana, che sembrava essersi compiutamente inverata nell’animo dello Zio.

Non so da quanto tempo Zio Berito avesse raggiunto tanto equilibrio interiore che si diffondeva attraverso le sue pacate parole ed i suoi sguardi affettuosi a portare pace e conforto a quanti gli stavano vicino. Forse dal giorno in cui, laggiù nella brughiera friulana, dopo le esaltanti ardimentose giornate della Bainsizza, accanto ai suoi soldati chini sulle mitragliatrici per contrastare il passo all’imbaldanzito nemico, andava provando le alterne vicende della storia.

Nel salone della Zia sempre pieno di amici, di parenti, di affetti, di suoni, si parlava molto di tante cose, ma soprattutto di politica. Io preferivo rivolgere i miei innumerevoli perché e le mie infinite domande ad argomenti che ai grandi interessavano assai poco, anzi li annoiavano molto: quel loro parlare era in termini non molto intelligibili per un bambino, però mi importava molto sapere se tutte quelle persone che facevano tanti discorsi erano «ben pensanti». Sicuro di avere sempre una paziente risposta, andavo a chiederlo allo Zio; mi bastava saper questo, dei discorsi mi importava meno. Papà da tempo mi aveva detto che  «il Duce è un pazzo madornale – dura molto e finisce male» e che fino a quel giorno si poteva parlar chiaro solo a Frassanelle e a Montepulciano e anche lì solo con i «ben pensanti».

Quando venne la guerra, le gite a Montepulciano si fecero più rare per poi finire del tutto. Passarono anni tristi, poi venne il 25 luglio e con la caduta del fascismo lo Zio fu chiamato a reggere le sorti del Comune di Montepulciano.

Tante silenziose speranze che si perdevano, prima, nel futuro lontano sembravano ormai vicinissime. Sembrava la fine di tanto soffrire, ma non era che il principio della fine perché venne l’8 settembre, l’occupazione tedesca, i repubblichini di Salò e la guerra civile: lunga, tragica fine.

Lo Zio, malgrado la situazione politica fosse radicalmente mutata e si fosse fatta assai pericolosa per un antifascista intransigente come lui, era rimasto al suo posto di Commissario Prefettizio di Montepulciano. Non si nascose nell’ombra a continuare i soliti discorsi in attesa che quel giorno arrivasse, adoprandosi intanto per gettare le basi per ben maggiori ambizioni politiche, ma rimase a Montepulciano per contribuire con coloro che avevano fiducia in lui a salvare il salvabile della città che gli era stata affidata. Non aveva paura ad affrontare «coloro che sanno uccidere il corpo ed altro non sanno», scelse la faticosa via del dovere che poteva diventare anche tragica e rimase per difendere non i propri, ma gl’interessi della comunità di cui era a capo. Antifascista da sempre non aveva il bisogno di redimere errori, che gran parte della società di cui faceva parte aveva commesso, alla «purificatrice fiamma» di imprese partigiane. Dopo la battaglia di Chiusi durante la quale lo Zio, vecchio, valoroso cavaliere dal colletto giallo, non aveva abbandonato la sua città, la linea gotica ci separò per un anno.

Finalmente i cugini Bracci arrivarono a Frassanelle uno dopo l’altro in uniforme. Avevano preferito indossare, per battersi per gli ideali che Zio Berito aveva loro insegnato ad amare, la semplice divisa dalle stellette bianche. E la preferirono, a differenza di molti giovani, perché, malgrado fosse appena uscita da una triste guerra dove era stata gettata dai fascisti, era pur sempre la divisa della Patria che Zio Berito aveva insegnato ad amare sempre. Mino da ardito semplice, pochi giorni prima di arrivare a Frassanelle aveva scavalcato il parapetto della trincea al grido di «Savoia» nell’assalto che doveva portarlo, tra i primissimi, alla liberazione di Bologna.

Quel grido compendiava ancora Patria, Stato e Nazione anche per un antifascista che condannava la politica della monarchia negli ultimi venti anni.

I cugini ci raccontavano con poche sdrammatizzanti parole come lo Zio fosse stato capace di salvare la sua città e la sua gente senza mai piegare il capo dinnanzi alla violenza ed al pericolo, dimostrando come le sue virtù civili non fossero inferiori a quelle militari.

Pochi mesi dopo, raggiunsi Montepulciano con mezzi di fortuna. Irruppi felice nel salone della Zia ed i lunghi anni, le burrascose vicende, il silenzio di tanti giorni, nell’abbraccio degli Zii sembravano sciogliersi in un ricordo lontano. Riprese lo scambio dei concetti e degli affetti con serena semplicità così come si riprende un discorso caro ed avvincente interrotto da un: «aspetta, torno subito». Nella gioia di tanto affetto, ritrovato uguale, l’antico giorno dell’ultimo saluto sembrava ieri.

Lo Zio lavorava molto: divideva il suo tempo tra la fabbrica ed il Comune, ché a liberazione avvenuta  il C.L.N. lo aveva confermato Sindaco della città. Come un tempo usciva presto alla mattina, lo si vedeva un po’ a lungo a colazione grazie ai tradizionali ritardi della Zia, compariva fugacemente quando noi tutti avevamo già preso il the, e presto si ritirava nel salone rosso a trarre dal pianoforte composte melodie dense di serena, soave malinconia. La sera dopo pranzo lo Zio spesso usciva, ma non sapevo dove andasse.

Nel salone della Zia giungevano gli echi di quel gran parlare di economia, di rinnovamento politico, di redenzione sociale, di cultura nuova, di socialismo sole dell’avvenire. A differenza di un tempo, io ascoltavo tutti quei discorsi a me affatto nuovi e stupivo. Non si discuteva con fredda obbiettività anzi non si nascondeva una forte partecipazione emotiva verso quegli ideali altrimenti sofferti dai veri uomini di sinistra, che costituivano il patrimonio ideologico dei partiti di estrema. Stupivo perché si tendeva a identificare il fascismo con tutta la civiltà borghese di cui mi sentivo profondamente figlio. Si identificava antifascismo con socialismo, tutto il resto era fascismo più o meno mascherato. «Borghese» era l’insulto peggiore perché significava appartenere ad una società esausta, finita, capace solo di fascismo per sopravvivere. Si auspicava l’avvento di una società nuova proletaria e socialista. Cresciuto fin da piccino in un ambiente di «ben pensanti» antifascisti, riducevo semplicisticamente il fenomeno politico all’uomo che ne era stato il capo. Per me il fascismo era un morbo che opprimeva un corpo un tempo sano e che ora, dopo la Liberazione, sarebbe sicuramente ritornato a fiorire forte e robusto. Consideravo, sbalordito, le tesi di quegli intellettuali, vaghi di speranze vaghissime i più, che volgevano gli occhi al mondo operaio attendendo quasi una messianica redenzione della società. Ma non si rendevano conto che quell’ansioso anelito di venir redenti da una classe che non era la loro né per origine né per elezione era una patente di quella debolezza che stigmatizzavano in quella società di cui erano l’intelligenza? E’ vero: essi se ne sentivano avulsi, ma allora perché compiacersi, come molti, di tutta quella letteratura estetizzante oppressa da motivi intellettualistici, imbevuta di psicologismo, sottilissima nella descrizione delle esperienze interiori, frutto «prezioso e raffinatissimo» di una cultura in crisi che gli autori marxisti condannavano come borghesi? Parlavano molto e si sentivano socialisti solo perché pensavano con commozione ai diseredati delle aree depresse, ma non si iscrivevano in un partito di sinistra.

Tutti quei discorsi muovevano al riso quella mia rozza sicurezza giovanile. Da tempo papà mi aveva detto che il mondo social-comunista, con il quale tanti legami affettivi si erano stabiliti negli anni della lotta e della solidarietà antifascista, sarebbe diventato duro avversario della nostra società. Trascinato dalla foga polemica tipica dei giovani sicuri delle loro poche idee, quando mettevo bocca in quei discorsi arrivavo al punto di negare che vi fossero nella nostra società insoluti problemi di giustizia umana e riducevo tutto ad una lotta spietata fra due classi fieramente opposte per la conquista del potere.

Come un tempo, allo Zio tutti quei discorsi non interessavano troppo, ma avvertivo in lui un po’ di tristezza nell’udire quelle mie tesi così estranee alle voci che ovunque si levavano per chiedere una maggiore giustizia sociale. Quell’atteggiamento era per me un muto rimprovero che m’avviliva e mi induceva a riflettere e moderare le mie polemiche. Volli vederci più chiaro e così cominciai ad interessarmi più da vicino alle attività di zio Berito. Lo seguii in fabbrica e lo vidi in mezzo ai suoi operai. Una sera lo accompagnai in quelle sue misteriose passeggiate ed entrai per la prima volta in una sezione di un partito politico. E venni a conoscere l’operosa vita dello Zio.

Da molto tempo fin dall’altro dopo-guerra aveva rilevato una cooperativa di combattenti che stava fallendo e l’aveva trasformata in una falegnameria, alla quale dedicava il suo quotidiano lavoro in stretta comunione di intenti e di speranze con i suoi operai.

Forte combattente nelle giornate dell’ardimento, con l’addio alle armi disarmò lo spirito, lasciò al ricordo gli eroici sentimenti guerrieri sublimandoli in un attivo programma d’amore. Non cedette ai lusinghieri richiami di una vaga retorica patriottica e condannò il facile pseudo-eroismo delle squadre fasciste. Sensibilissimo ai problemi dell’ora, comprese le aspirazioni politiche e sociali del proletariato che, trascinato senza convinzione in una guerra non sua, sacrificandosi in tante sanguinose battaglie per una società dalla quale era praticamente escluso, rivendicava il diritto di partecipare alla direzione della cosa pubblica. Abituato a tradurre in atto i propri propositi e ad essere fedele nell’azione ai propri convincimenti, egli visse ed operò privatamente – agli antifascisti era preclusa la vita pubblica – per quei proletari che gli erano vicini. Con il ritorno delle libertà democratiche non abbandonò la sua cittadina per soddisfare più grandi ambizioni politiche, ma rimase per organizzare le forze operaie del luogo in quel partito che si sforzava, nel rispetto delle istituzioni, di inserire il proletariato nello Stato. Uomo profondamente morale aveva fatto dell’esplicazione integrale della propria umanità lo scopo della sua vita e, conscio che l’umanità dell’uomo moderno non può attuarsi che nella società, per la società si era iscritto in una di quelle organizzazioni politiche in cui si articola lo stato moderno. Liberale convinto, con profondo senso storico avvertiva come i rappresentanti più autorevoli della Democrazia Cristiana avessero ereditato elementi vivi dell’ideologia liberale e con avvedutezza politica si schierò con essi contro l’integralismo cattolico culturalmente retrivo e socialmente reazionario. Borghese, cercava nell’ideologia della civiltà borghese i motivi di quel rinnovamento della società che ogni anima sensibile e colta chiedeva a gran voce. Anima per natura profondamente religiosa, spinto dalla diuturna compassione per le umane sofferenze, si era votato a quel credo che nel mistero della grazia spera la sintesi di giustizia e di libertà, che, con sofferenza, constatava irrealizzabile nella società in cui viveva.

Quando lasciai Montepulciano la silenziosa laboroisità dello Zio mi aveva aperto gli occhi su di una realtà che non consideravo. A Lui devo se cominciai allora ad osservare la realtà politica del momento con più intelligente discrezione.

L’ultima volta che lo vidi sopportava con silenzioso e signorile coraggio una malattia inguaribile, e quando trascorse nell’immutabile pace rimasi con il ricordo di un uomo.

FRANCESCO PAPAFAVA