Francesco Fancello

Né per gusti, né per aspirazioni, né per consuetudini di vita Lucangelo Bracci pareva destinato a divenire un industriale, ed in verità nessuno avrebbe potuto prevederlo quando, brillante ufficiale di cavalleria al comando di una compagnia mitraglieri, egli combatteva nelle trincee sull’altopiano della Bainsizza durante il primo conflitto mondiale. Eppure, fu proprio attraverso l’esperienza della guerra ed in conseguenza del profondo processo spirituale che essa determinò in gran numero di combattenti, che il giovane patrizio, fedele al tacito patto di sangue stretto durante i giorni del sacrifizio, si sentì moralmente impegnato a favorire la costituzione di una cooperativa tra falegnami ex-combattenti della sua Montepulciano, obbligandosi, fra l’altro, come mallevadore dell’azienda, per una cifra cospicua.

            La cooperativa prosperò per qualche tempo, approfittando anche dello sviluppo edilizio del vicino centro di Chianciano, ma di poi, sia perché le venne meno questa congiuntura favorevole, sia soprattutto perché fu sopraffatta, come tante altre, dall’assalto distruttore del fascismo, cadde in rovina e fu posta in liquidazione. Fu così che Lucangelo, dopo aver puntualmente mantenuto il suo pesante impegno di malleveria, si trovò in possesso di un locale attrezzato da pochi ferrivecchi scarsamente utilizzabili.

            A conclusione dell’incresciosa vicenda egli dovette porsi il quesito se gli convenisse liberarsi da quel ciarpame, mettendo una croce finale sulla sfortunata iniziativa, ovvero se dovesse ritentare l’impresa in nome proprio, nell’interesse dei disoccupati del paese, fornendo l’azienda di una moderna attrezzatura e gestendola su nuove basi. Egli preferì questa seconda soluzione, e chi scrive, responsabile di avercelo incoraggiato, fu tratto anche lui a collaborare con Lulli in quell’avventura.

            Per Bracci si trattava non solo d’affrontare un considerevole rischio finanziario, ma di mutare radicalmente le sue abitudini. Non so se di ciò si sia reso interamente conto all’inizio, se cioè nel prendere la sua decisione egli si sia prospettati tutti i sacrifizi che essa comportava; certo è in ogni caso che di mano in mano che la durezza dei compiti, attraverso la quotidiana esperienza, si chiariva al suo spirito, egli vi si adattò con un coraggio che confinava con l’abnegazione.

            Non si creda questa un’iperbole di rito. Molti anni or sono un tecnico di alto valore mi descrisse in modo suggestivo i difficili inizi della grande industria napoletana ed il laborioso processo di adattamento al ritmo collettivo della fabbrica d’una popolazione individualista ed estrosa come quella meridionale, specialmente nella metropoli campana. Perfino la regolarità e puntualità degli orari, essenziale ad ogni officina, mal si addiceva ad una esistenza costellata di festività cittadine e familiari, per non parlare delle ariose evasioni poetiche e contemplative. Ci volle del tempo e della buona volontà perché la maestranza napoletana acquisisse, non solo le qualità tecniche, ma anche la mentalità e le abitudini adeguate ai nuovi compiti.

            Orbene, non deve credersi che sia più facile trasformare in imprenditore industriale un inesperto patrizio, assai diverso bensì dal «giovin signore» immortalato nei canti «che il lombardo pungean Sardanapalo» ma del tutto ignaro di ogni attività economica. Oltre tutto, a Lulli si imponeva il difficile compito di imparare l’arte senza compromettere con affari troppo sballati il patrimonio familiare. Non era cosa da poco trarre da uno squallido locale una efficiente falegnameria meccanica; alimentarne l’attività mediante grandi forniture standardizzate (generalmente si trattava di infissi o affissi, come si dice in Toscana), forniture che potevano essere offerte solo dal grande mercato edilizio della capitale, sostenere la concorrenza con la riduzione dei costi, sia acquistando la materia prima in grandi partite per migliorarne i prezzi e le condizioni di pagamento, sia studiando tutti gli accorgimenti tecnici per la più produttiva organizzazione del lavoro. Tutti sanno ad esempio che il successo economico è legato alo stretto coordinamento di ogni forza meccanica ed umana dell’azienda. Guai se nel tumultuoso intonarumori che è costituito da una officina in azione, allo strepito delle piallatrici non faccia bordone lo stridio delle seghe a nastro e della toupie.

            D’altronde questo non è che un aspetto d’un problema ben altrimenti complesso. Rivedo Lulli alle prese coi preventivi, che richiedevano la valutazione di ogni pezzo (la cubatura del legname implicava una serie di operazioni a più decimali senza macchine calcolatrici o prontuari – un vero purgatorio in terra), il computo di tutti i costi rispondenti alle varie fasi della lavorazione, la ripartizione delle spese generali, la previsione degli…imprevisti ecc. Cose che con la pratica divengono per lo più banali e pressoché automatiche, ma che ai principianti si presentavano sotto l’aspetto della più spinosa incertezza. E quando poi una leggera distrazione del capo operaio nella impostazione di un lavoro offriva il pretesto alle chicanes delle ditte ordinatrici, ci voleva del bello e del buono per sottrarsi alle conseguenze dei piccoli e grossi ricatti finanziari di certi filibustieri coi quali talvolta si aveva a che fare.

            D’altronde, bisogna ricordare che all’impresa Lulli era stato indotto, non da uno spirito speculativo, ma dal proposito di creare un’azienda vitale che aiutasse i disoccupati di Montepulciano. E non solo i disoccupati veri e propri: rattristava veder languire i capi d’arte nelle lor bottegucce artigiane che custodivano le tradizioni regionali. Perciò, sia pure col rischio di aggravare i costi con spese di trasporto supplementari, fu prima sua cura d’attrarre le anzidette bottegucce nel circuito produttivo. La fabbrica provvedeva alla preparazione in serie dei vari pezzi componenti l’infisso, ed ai capi autonomi ne venivano affidati, nel limite delle loro possibilità, il montaggio e la rifinitura. Ciò determinava una complicazione organizzativa, ma costituiva una innegabile provvidenza sociale.

            Del resto, il tipo di rapporti che sin da principio si era stabilito tra il proprietario e la maestranza non poteva confondersi con quello di una impresa puramente mercantile. Tra l’altro, in quegli anni di sanguinosa sopraffazione fascista, avevan trovato rifugio nella fabbrica alcuni profughi politici (perfino il capo operaio era allora un perseguitato fuggito dal suo paese, e ricordo che talvolta metteva allo sbaraglio lo spirito di comprensione padronale chiedendo conforto a quel vino di Montepulciano cui è rimasto qualche titolo per richiamarsi alla investitura nobiliare di «Bacco in Toscana»).

            Col tempo, quel che di provvisorio e dilettantesco v’era nei primi metodi direttivi ed organizzativi fu gradualmente corretto. La stessa attività prevalente della fabbrica si specializzò nella produzione di mobili, suscettibile di meglio utilizzare il buon gusto personale di Lulli e le tradizioni artigianesche locali. Il fatto è che anche quando gli venne meno, per circostanze legate alla calamità dei tempi o per altre vicende, l’aiuto degli amici che avevano collaborato all’ impresa, Lucangelo si assunse coraggiosamente tutto il peso dell’opera direttiva e lo mantenne, assicurando la vita alla fabbrica anche dopo la dolorosa scomparsa del suo fondatore.

            Ma ciò poté essere conseguito, come è facile intendere, solo a prezzo di lunga e paziente fatica. Fin dai primi anni della sua attività industriale, Lulli dovette rinunciare alla comoda vita cui era abituato e che rispondeva, bisogna riconoscerlo, alle sue più naturali aspirazioni. Da allora in poi poté sottrarre a stento qualche ora ai nuovi compiti per dedicarla alle letture preferite, alla musica di cui era un finissimo intenditore, alle piacevoli conversazioni. Il ritmo stesso della sua esistenza ne fu profondamente trasformato.

            Nel passato egli aveva preferito i rutilanti tramonti e le lunghe veglie notturne alle fresche aurore rosate. Ma ormai le levatacce mattutine divennero la regola. All’operosità senza riposi si aggiunsero non di rado le ansie, che col rischio sono le compagne inseparabili di ogni impresa nei tempi di mare agitato; ma né vicissitudini preoccupanti, né sacrifizi personali riuscirono a soverchiare la sua incrollabile determinazione e ad indurlo ad abbandonare una iniziativa cui egli attribuiva un profondo significato morale. Nei momenti più difficili la sua fermezza assumeva, con una specie di inconscia civetteria, quell’aspetto di modestia rassegnata e bonaria che era un tratto inconfondibile del suo stile.

            Affinandosi con gli anni, mentre già lo insidiava il male che doveva condurlo alla tomba, il suo profondo senso del dovere si espresse in toni di sempre più sereno e stoico distacco. La rievocazione di così mirabile elevazione spirituale è inseparabile dal ricordo del suo volto scarnito dal male e illuminato dalla sua commovente bontà.

FRANCESCO FANCELLO

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