Francesco Denti

Il Nonno Lulli

Lo confesso, scrivere del mio bisnonno Lucangelo mi fa un certo effetto e mi mette un po’ a disagio. I suoi amici più cari ne hanno tratteggiato la personalità nelle pagine che precedono, ripercorrendo intensi momenti privati della sua vita e istanti memorabili per l’Italia. Personaggi che hanno contribuito alla storia della nazione, intellettuali, scrittori, antifascisti, padri costituenti della Repubblica, cinquant’anni fa si sono commossi nel ricordare la generosità, la saggezza, l’ironia, la sensibilità, la modestia, il valore e la nobiltà d’animo del mio illuminato antenato. Che cosa posso aggiungere, io?

Se di lui ho sempre avuto una forte percezione, è soprattutto grazie ai racconti e ai ricordi trasmessi dalle due generazioni che hanno conosciuto sia lui sia me – ovvero quella del mio nonno Lillo e quella di mia madre Margherita; e forse anche grazie a un’indole fantasiosa e idealizzatrice che mi ha accompagnato fin dai primi anni di vita.

Proverò allora a rievocare un personale quadretto di impressioni e atmosfere, pur non del tutto persuaso che quello di pronipote sia un titolo sufficiente per scrivere qualche riga su questo libro.

Io il Nonno Lulli non l’ho mai conosciuto: un buco temporale di vent’anni separa infatti la data della sua morte da quella della mia nascita (non a caso, lui per me è il Nonno Lulli – il nonno di mia madre – più che un Bisnonno Lulli che non è mai stato). Eppure forse avrei avuto un’infanzia diversa, senza la profonda e orgogliosa consapevolezza di quella discendenza.

Che fosse stato un uomo buono e generoso, un marito affettuoso, un amico onesto, un padre e un nonno gentile e premuroso non mi stupiva: mi sembrava addirittura scontato, nella nostra grande e simpatica famiglia. E poi era chiaro, lo vedevo dal suo sorriso nelle fotografie ingiallite e nei ritratti, lo capivo dai tanti aneddoti che mio nonno Lillo, mia madre o la Sella (la vecchia governante francese di casa, ancora funzionante per me e mio fratello) mi raccontavano di lui.

Il fatto è che il Nonno Lulli, oltre ad aver ricoperto le cariche di commissario prefettizio e poi di sindaco, era – per diritto divino, non avevo dubbi – il sor conte. E per un bambino romano che a Roma, all’asilo, non spiccava in particolar modo fra i tanti coetanei, l’estate a Montepulciano significava uno strano miscuglio di orgoglio e pudore. Ogni tanto qualcuno – persone anziane, di solito – mi fermava per strada chiedendo: «Ma tu sei il nipotino del sor conte?». Dopo un brivido istintivo, la fierezza aveva il sopravvento sulla timidezza e io rispondevo di sì, sentendomi anche un po’ come il piccolo lord Fauntleroy.

La reazione, naturalmente, era del tutto immotivata, visto che allo stesso modo avrebbero potuto chiedermi se fossi il nipote del fabbro, del postino o dell’ingegnere. Altro che interesse per la nobile discendenza: si trattava della classica, benevola curiosità del paese che tende a inquadrare ogni non residente!

La dimora del sor conte non era proprio un castello, ma all’allora decadente Casa Bracci, ai miei occhi, mancava soltanto il ponte levatoio per essere la residenza che si conviene al personaggio con l’elmo visto in certe fotografie dei tempi del Genova Cavalleria. E quando il Nonno Lillo mi portava a Casa Bracci per uno spettacolino con la lanterna magica o per cercare, insieme a me, vecchi francobolli nell’archivio di famiglia, l’emozione per quel rito – celebrato in quel luogo così speciale – era infinitamente più grande del rammarico per non essere vissuto all’epoca in cui un conte aveva una corte, un esercito, e magari batteva moneta propria.

I pomeriggi in quella dimora fascinosa e un po’ fatiscente mi entusiasmavano, ed era proprio in quelle occasioni che volevo sapere qualcosa di più sul mio bisnonno. Guardavo con ammirazione la biblioteca piena di libri antichi e polverosi, e poi contemplavo lo scudo medioevale appeso in fondo allo scalone, o la testa del cervo impagliato che più di un trofeo di caccia mi sembrava un animale di peluche con gli occhi buoni. Intanto pensavo agli appuntamenti imperdibili dell’estate poliziana, e con malcelata soddisfazione traevo le mie gongolanti considerazioni: il Bruscello dopo secoli di oblio era stato riportato in auge da quel grand’uomo del mio bisnonno, e al Bravio, la corsa delle botti, aspettavo di vedere come ogni anno lo stemma della famiglia Bracci sulla bandiera della contrada di Voltaia.

Povero Nonno Lulli, i suoi enormi meriti e le sue encomiabili iniziative, le idee politiche e la fede, la generosità e il comportamento eroico, l’ospitalità e la Falegnameria S. Girolamo, l’antifascismo e “Volontà” mi impressionavano sì, ma per me erano quasi un inevitabile corollario. Il sor conte non poteva che essere una persona intelligente e valorosa, illuminata, serena e saggia.

Me lo immagino, carattere umile e schivo che in vita sua non aveva mai cercato la ribalta, assistere alla buffa scena di un piccolo pronipote mai conosciuto che si beava della luce riflessa come se a illuminare l’ambiente fosse stato lui stesso. Per fortuna il Nonno Lulli era un uomo di spirito, e con un grande senso dell’ironia!

Solo qualche anno dopo avrei capito che la grandezza del mio bisnonno stava soprattutto nell’aver dato poco peso al prestigio e alla mondanità, nel non essersi crogiolato nei benefici che la sua estrazione sociale e il suo ruolo istituzionale gli avrebbero consentito, e anzi nell’aver utilizzato i propri fondi privati per finanziare opere umanitarie e speranze di libertà.

Avrei capito, anche, che quella nobiltà che traspariva dai suoi gesti e dalle sue scelte era solo un aspetto di una personalità serena, equilibrata, naturalmente bendisposta verso gli altri.

In questo senso il “Diario di Guerra” costituisce una testimonianza importantissima: scorrendo gli appunti del Nonno Lulli, salta inevitabilmente agli occhi come a quel fervore ormai anacronistico per l’ideale di Patria e a quella devozione assoluta all’impresa, che oggi ci fanno sorridere di tenerezza, mai si accompagna, neanche per un momento di rabbia o di profondo sconforto, il proverbiale odio verso il nemico. In un clima di esaltazione patriottica, in cui per salvare l’Italia si era disposti a uccidere, il Nonno Lulli ha sempre dimostrato rispetto, comprensione e tolleranza verso il soldato austriaco come, poi, verso il fascista preso prigioniero dai partigiani.

È probabile che il mio bisnonno sia stato effettivamente valoroso – la sua medaglia d’argento lo attesta – e di animo forte, come dimostra la sua eroica e silenziosa fine.

Ma se era così amato da tutti, credo fosse soprattutto per il suo carattere comprensivo e mai ostile; poi perché sebbene legato alle tradizioni era allo stesso tempo un progressista attentissimo ai diritti civili; infine perché aveva fiducia nel genere umano e provava un istintivo affetto per le persone.

FRANCESCO DENTI