Elsa Dallolio

Cortona, 12 agosto 1953

            Mia cara Margherita

Tu stai aspettando che io ti mandi «almeno due parole» per il libro di Lulli. Ma io non posso parlare o scrivere di Lulli distaccandolo da te. Vi ho conosciuto insieme, uniti, e così vi ho voluto e vi voglio bene, come a un essere solo. Se mi accadeva – raramente – di incontrare Lulli solo, la prima parola che mi veniva alle labbra era: «e Margherita?». E ora quando ti vedo entrare, lunga lunga e – ahimè – nera nera, dietro alle tue spalle, col suo buon sorriso ironico e affettuoso, c’è ancora lui che mi viene incontro. Non vi so più separare. Tempo fa volli andare a trovarlo al suo San Biagio, ma il cancello del cimitero era chiuso, e restai lì appoggiata alle sbarre a guardare il tramonto, incantevole come la sera che l’accompagnammo con tutta la gente che l’amava a riposare sotto quei cipressi. Quando si è soli e ci si sente tristi e stanchi, ma sereni, e grati al mondo fuori di noi che è così bello, succede anche ai contegnosi di commuoversi. Eppure, contemporaneamente, mi pareva di sentire la sua voce cordiale e canzonatoria: «O che fai?» – e sorridevo alla sua immagine, come se ci raggiungesse al Bersaglio al tramonto – ti ricordi? – e vedevo i suoi occhi che anche in mezzo alla gente cercavano solo te e ti ricuperavano, contenti. Tutti gli amici che scriveranno di Lulli io li ho incontrati in questi trentacinque anni della nostra amicizia o seduti vicino al tuo caminetto, a Roma, o sulla terrazza di Montepulciano intorno alle tazze del the. Come li troveremo nel libro, così mi pare di rivederli tutti, con parecchio grigiume – o diciamo argento – palese o nascosto nei capelli, raccolti intorno a te anche quest’estate sulla terrazza di Montepulciano. E Lulli arriva dalla fabbrica stanco, un po’ affannato, e viene avanti col bastone e il cappello in mano per salutarli e si accorge, stupitissimo, che parlano proprio di lui e dicono in tanti bei modi tutto il bene che se ne può veramente dire, e che si dice – chissà perché – solo ai morti.

Ma a me sembra di averglielo sempre detto, col linguaggio elittico dei silenziosi, che lo stimavo profondamente e gli volevo molto bene, e mi sembra che l’abbia sempre saputo. E lo sento talmente vivo vicino a te, nella vostra unione che è stata una delle belle e care cose che ho conosciuto nella vita, che non posso, non posso oggi separarlo da te con le parole che si adoperano per i non vivi.

Abbi pazienza con la tua vecchia e fedele

ELSA