Bernard Berenson

Riandando gli anni che ho passati in Italia sotto il regime fascista, il mio pensiero si volge, prima di tutto, ai miei amici italiani che consentivano col mio animo su tutto quello che stava accadendo e coi quali mi riusciva di trovarmi in completa armonia. A star con loro mi sentivo molto più soddisfatto che non con simpatizzanti che non fossero italiani poiché la loro conoscenza delle condizioni prevalenti in Italia mi esimeva da stucchevoli discussioni e spiegazioni. Accanto a Umberto Morra i coniugi Bracci, Margherita e Lulli, erano in prima linea fra questi amici. Avevo conosciuto Margherita bambina; suo padre, il mio carissimo Francesco Papafava, se la portava con sé a giocare nel nostro giardino al tempo che i Papafava usavano trascorrere qualche mese di primavera a Firenze. Ma gli anni della prima guerra mondiale io li passai all’estero, Francesco era morto e lei l’avevo persa di vista. Dopo l’avvento del fascismo più e più volte avevo sentito di lei e di Lucangelo, specialmente quando Salvemini fu arrestato nella loro casa di Roma. Solo però nella primavera del 1926 le nostre vie di nuovo si incrociarono alla Rufola, il paradiso sorrentino della figlia di Ferdinando Martini, donna Titina, e di suo marito Carlo Ruffino. E ritrovarmi allora con Margherita mi riempì di gioia; la ritrovavo persona intellettualmente matura, per tanti versi così simile a suo padre. Accanto a lei facevo, di suo marito, una conoscenza vera, non più puramente esterna. Mi si rivelò come una persona straordinariamente intelligente ed equilibrata, un tipo di gentiluomo liberale dotato di un tranquillo e asciutto humour e di una reticenza quasi all’inglese. Da allora in poi diventammo intimi; molte volte passai da loro giorni indimenticabili nella casa di Montepulciano, mi godetti la loro meravigliosa terrazza di Roma, e li ebbi con me a Settignano o alla Consuma dove eravamo soliti trascorrere i mesi estivi. Conversare con Lulli era sempre un piacere; ridevo con lui, profittavo della sua conoscenza non superficiale del popolo rurale e artigiano, col quale era a contatto ogni giorno. Sentirsi interamente di casa, a Montepulciano, come accadeva a me e a tanti altri amici, era una consolazione. Si era così certi del loro desiderio di comprensione, così sicuri che le nostre parole non correvano il rischio d’esser interpretate a rovescio, ci si sentiva così liberi di lasciarsi andare a un vero «sfogo». Lulli non era solito far gran discorsi, ma gli accadeva tanto spesso di pronunciare parole piene di buon senso e di umanità profonda. Il clima morale di quei giorni di Montepulciano, nella cara casa ospitale, frutto della perfetta armonia che nasceva dall’amore e dalla comprensione reciproca di Lulli e di Margherita, dalla loro fede nei valori fondamentali della vita, dall’assenza di ogni costrizione e di ogni irrigidimento, dal loro atteggiamento scanzonato ma non mai privo di sagacia di fronte ai pubblici eventi, dalla comprensione umana per i bisogni e le aspirazioni di contadini, di artigiani e di altri umili del loro contorno, rimane prezioso nel ricordo. Oggi rimpiango Lulli che era parte integrale di quel piccolo mondo sparito, compiango Margherita che ha perduto un compagno così perfetto della sua vita, e spero fervidamente che le loro qualità rifioriranno nei loro figli e nei figli dei figli.

BERNARD BERENSON