Alberto Moravia

I nostri amici, lasciandoci, si portano via il nostro passato, come se lo rubassero dalla nostra memoria per non restar soli dove vanno.

Lucangelo Bracci si è portato via qualche anno della mia giovinezza, quando tra il 1928 e il 1931 fui più volte nella sua casa, a Montepulciano. Era un tempo felice, almeno per me, e il ricordo di Lucangelo Bracci è legato a quei giorni di primavera o di autunno in cui si stava con lui nel salotto di casa sua, oppure si usciva in comitiva per una passeggiata per l’antica città, fino a qualche belvedere dal quale si vedeva la pianura circostante e, in lontananza, il grande cono azzurro del monte Amiata. Quelle passeggiate accanto a Lucangelo Bracci, per le vie di Montepulciano, mi sono rimaste nella memoria: la sua figura magra, dal viso affilato, dal naso grande e dagli occhi buoni, aveva un’aria di signorile familiarità, di bonaria pazienza, di affettuosa semplicità che si intonava molto bene con la qualità aristocratica e paesana di quell’angolo di Toscana. Lucangelo Bracci era uomo di poche parole, come se il silenzio gli fosse stato consigliato da un suo antico e tranquillo pessimismo; ma la sua presenza era costante, quasi un’emanazione del suo carattere quieto e solido. Aveva un senso di umorismo assai fine; e più di una volta gli ho sentito dire cose spiritose seriamente, che è il modo, appunto, che tengono le persone che hanno riflettuto profondamente sulla vita, ma hanno la discrezione di tenersi per loro queste riflessioni. Proprio questa discrezione era forse il suo carattere principale: nei discorsi, nei gesti, nei gusti, negli affetti. Purtroppo gli uomini discreti si fanno sempre più rari, così che si è perduto quasi il senso di una simile virtù. Riscoprirla in Lucangelo Bracci dava l’impressione di ritrovare qualche cosa di cui si è sentito parlare ma che non si è mai visto. La discrezione con la quale Lucangelo Bracci visse, si è manifestata anche nella sua morte prematura e crudele, di cui lui forse aveva avuto un presentimento, senza tuttavia comunicarlo a nessuno. Ora a noi piace rammentarlo così come l’abbiamo conosciuto. A lui e al modo come visse dobbiamo questo caro ricordo.

ALBERTO MORAVIA