Alberto Bracci Testasecca

Introduzione

A cinquant’anni dalla sua morte viene ripubblicato il diario di guerra (quella del 1915-18) di Lucangelo Bracci Testasecca corredato, come nella prima edizione, dal ricordo degli amici e di coloro che condivisero con lui la turbolenta esistenza del periodo tra le due guerre, uno dei più controversi della storia italiana.

La sua vita è inestricabilmente legata alla vita di Montepulciano. Ma il tempo è passato, e di persone che lo conobbero personalmente ormai ne sono rimaste poche: qualche venerabile anziano che al tempo dell’occupazione tedesca era un ragazzino, al massimo un giovanotto. Molti ne conoscono il nome per averne sentito parlare dai genitori o dai nonni. La vita quotidiana di Montepulciano, mezzo secolo fa e oltre, aveva nel Bracci, in un modo o nell’altro, un punto di riferimento. Erano gli anni Trenta e Quaranta, anni in cui non esisteva la televisione e l’uomo della strada non subiva l’incessante bombardamento dei media, anni in cui il telefono e l’aeroplano erano ancora una mezza avventura. Anni in cui piccole città come Montepulciano erano ancora comunità raccolte all’interno delle quali la gente poteva identificarsi, e dove le cose più importanti erano l’uso del territorio e il rapporto umano tra le persone che lo abitavano.

Forse è difficile, oggi, rendersi conto di cosa vuol dire avere il proprio punto di riferimento all’interno della propria comunità. Il progresso tecnologico, non so se per disgrazia o per fortuna, ha demolito questo approccio al territorio, a Montepulciano come altrove. La sovrabbondanza di mezzi di comunicazione di massa, la grande facilità di spostamento e i flussi umani che vorticosamente percorrono il globo fanno sì che, oggi, un abitante di Montepulciano non sia molto diverso da un abitante di Los Angeles, e che i punti di riferimento non siano più legati necessariamente al territorio quanto a ideologie lontane, mode di pensiero o patinati modelli estetici. Nelle piccole comunità di provincia non esiste più la “personalità di rilievo”, perché in realtà non esiste più la comunità: in un mondo in cui tutti sono “cittadini del mondo”, il mio punto di riferimento umano può abitare a mille chilometri da qui. Non fa niente se non lo incontro per strada, lo posso comunque vedere alla televisione.

Quando ancora Montepulciano era una comunità nel senso vero del termine, però, la figura di Lucangelo Bracci fu importante. In alcuni momenti addirittura determinante. Le ultime generazioni non sanno chi sia, e forse sarà bene provare a raccontarglielo.

Era nato a Orvieto nel 1883, da famiglia appartenente alla benestante nobiltà di provincia le cui radici affondavano da sempre, curiosamente, nei due poli di Montepulciano e Orvieto. Le prime tracce della famiglia Bracci a Montepulciano risalgono al 1300, il palazzo è stato costruito agli inizi del Cinquecento, così come quello di Orvieto, e le terre di loro proprietà erano distribuite, a macchia, appunto tra questi due poli.

Possiamo immaginare la vita del giovane Lucangelo un po’ come le illustrazioni di un vecchio Giamburrasca, o del libro Cuore. La gente andava in giro in carrozza (i più, veramente, a piedi), i bambini si rivolgevano ai genitori dandogli del “voi”, le donne si strizzavano la vita in incredibili bustini di stecche di balena e gli uomini avevano i baffoni e rigidissimi colletti inamidati. La sera si stava in salotto a chiacchierare o ad ascoltare qualcuno che suonava il piano o, massimo degli svaghi, a proiettare qualche vetrino di lanterna magica. L’Italia unita esisteva da tredici anni appena, il Papa se ne stava rintanato in Vaticano e non riconosceva lo Stato usurpatore, e i torinesi re Savoia stavano ancora “esplorando” le loro proprietà recentemente acquisite.

La famiglia Bracci aveva una tradizione intellettuale laica (il che non significa che personalmente non fossero religiosi), un’apertura mentale che forse derivava loro, almeno in parte, proprio dall’appartenenza a due situazioni così diverse: Orvieto, che ricadeva nell’oscurantista Stato della Chiesa, e Montepulciano, che apparteneva al più progressista Granducato di Toscana di marca austriaca. Il nonno di Lucangelo, Giacomo, aveva fatto il Risorgimento, aveva combattuto volontario nelle guerre d’indipendenza e aveva sposato subito la causa dell’unità d’Italia, diventando uno dei primi deputati del neonato Regno d’Italia per la circoscrizione di Orvieto. Anche Giuseppe, figlio di Giacomo e padre di Lucangelo, aveva intrapreso la carriera politica. Quando Lucangelo aveva diciassette anni, il senatore Giuseppe viaggiava per conto del governo a incontrare il Sultano di Costantinopoli o a prendere parte, a Copenhagen, ai primi vagiti dell’Unione Interparlamentare Europea.

Dopo la scuola Lucangelo intraprese la carriera militare. Il suo ritratto da giovane ufficiale di cavalleria, con i baffetti e l’elmo lucido, richiama inevitabilmente immagini da belle époque, rappresentazioni di un “mondo di ieri” che la Grande Guerra avrebbe brutalmente spazzato via di lì a poco. Nel 1913 morì suo padre. Il palazzo di Orvieto divenne dimora stabile di suo fratello Ottaviano, il maggiore, mentre Lucangelo si insediò a Montepulciano. Nel 1913, inoltre, sposò Margherita Papafava dei Carraresi, giovanissima rampolla di un’augusta famiglia padovana. Nel 1914 nacque il loro primo figlio, Braccio, e poco dopo scoppiò la guerra.

Se per l’Europa la prima guerra mondiale fu uno spartiacque tra l’ieri e l’oggi, per Lucangelo fu l’ingresso nella maturità e nell’impegno. L’effetto che ebbe su di lui si capisce molto bene dalle pagine del diario, qui pubblicato. La realtà squallida della trincea e della guerra d’attesa era ben diversa dalla cartolina ottocentesca dell’ufficiale di cavalleria a sciabola sguainata, e i gas, le mine e il filo spinato non rientravano esattamente nelle cavalleresche regole del duello. Dal punto di vista umano, però, fu una rivelazione. Nella noia della trincea, Lucangelo capì il valore e l’importanza individuale delle persone, capì il distacco enorme che c’era tra i soldati e la classe dirigente militare, elaborò un’avversione (che non gli sarebbe più passata) per le parole vuote, la retorica, l’ipocrisia, la prepotenza spacciata per giustizia e l’ingiustizia spacciata per umanità. Capì che le guerre di “liberazione” erano in realtà guerre economiche, che l’impegno dei politici era rivolto in primis ai loro interessi personali, che tra il popolo e il potere c’era un baratro di non-comunicazione che il potere stesso si guardava bene dal colmare.

Finì la guerra con uno stato d’animo molto diverso da quando l’aveva cominciata, il capitano Bracci. Lasciò subito la carriera militare per dedicarsi all’impegno sociale. Con altri amici, quasi tutti ufficiali che avevano partecipato alla guerra, fondò il giornale Volontà e mise in piedi i Gruppi d’Azione per il Rinnovamento Politico, un movimento di pensiero democratico ma non partitico, patriottico ma non nazionalista che puntava, grossomodo, a un risanamento morale della classe dirigente e a una partecipazione diretta di tutta la popolazione alla cosa pubblica. Alti ideali, forse troppo alti per una realtà dello Stato che si basava in gran parte sull’intrallazzo, non diversamente da oggi. Il movimento non ebbe comunque il tempo materiale di aver fortuna. Già nel 1922 il fascismo era andato al potere, rendendo automaticamente il dissenso un’opposizione al regime. Casa Bracci, a Roma e a Montepulciano, divenne un crocevia obbligato dell’intellighenzia antifascista e non comunista. Salvemini, i fratelli Rosselli, Calamandrei, Carlo Sforza vi erano ospiti fissi, così come intellettuali “alternativi” tipo Moravia o Zanotti-Bianco.

Molto sensibile al problema degli ex combattenti, Bracci aveva fondato a Montepulciano una falegnameria in forma cooperativa, per dar lavoro alla gente e nuova spinta economica alla città. La Falegnameria San Girolamo era un ibrido: metteva insieme la produzione e i ritmi industriali con il talento individuale dei singoli artigiani, come un’industria i cui operai fossero, individualmente, degli artisti. Una realtà impensabile al giorno d’oggi, dove una cosa o è artigianale o è industriale, non ci sono le vie di mezzo (e ahimé, quasi tutto è industriale, ormai). La forma cooperativa si rivelò presto ingestibile. Furono gli stessi soci lavoratori, per evitare il fallimento, a chiedere al Bracci di accollarsi tutta la faccenda e di poter diventare salariati. Fino a dopo la seconda guerra mondiale, la “Fabbrica” (così la chiamavano in famiglia) fu un’istituzione per Montepulciano. Nel momento del suo massimo splendore vi lavoravano circa cento persone, senza considerare tutto l’indotto che vi ruotava attorno, in un paese che negli anni Trenta contava tremila abitanti scarsi. Insomma, la Falegnameria era per Montepulciano un po’ quello che la Fiat è per Torino.

La sua opposizione al regime, quindi la sua lontananza dalle leve del potere e il suo status di “sorvegliato” politico, non fece certo la sua fortuna economica, come non la fecero le sue svariate iniziative idealistiche (da Volontà, al Becco Giallo, alla Fionda, tutti fogli d’opposizione quasi sempre interamente finanziati da lui), come non la fece la Falegnameria, che al “padrone” costò sempre più di quanto guadagnasse. Da un punto di vista economico, la vita del conte Bracci (come veniva universalmente chiamato a Montepulciano) andò sempre e solo in un’unica direzione: la vendita del proprio patrimonio personale per finanziare i propri interessi sociali, includendo in questi ultimi anche la Falegnameria e includendovi, soprattutto, una pietra miliare della cultura poliziana, il Bruscello.

Fu lui, infatti, negli anni Trenta a farsi promotore della rinascita di questa forma di spettacolo, tipicamente locale, dalle radici medievali. Si tratta (lo dico ad uso dei non poliziani) di una rappresentazione scenica, cantata e musicata, di temi epici e popolari, interamente interpretata dalla gente del paese. Nell’agosto del 1939, sul sagrato del Duomo (dove si svolge tuttora), fu rappresentata la prima Pia de’ Tolomei; e la tradizione, dopo una forzata sospensione dovuta alla guerra, non si è più interrotta. Il periodo del Bruscello divenne un momento magico del paese; la scelta del tema, la composizione della musica, la preparazione, la messa in scena costituirono, anno dopo anno, un momento di aggregazione umana, spirituale e artistica della comunità. In parte lo sono ancora, per quanto la sovrabbondanza attuale di altre forme di svago indebolisca sempre più la presa del Bruscello sulla popolazione locale (in compenso piace molto ai turisti).

Quando scoppiò la guerra, nel 1940, Lucangelo Bracci aveva cinquantasette anni, una sfiducia disgustata per il regime che l’aveva dichiarata e un amore spassionato per Montepulciano e per la sua famiglia. In guerra andarono i suoi due figli maggiori, Braccio e Francesco. Tornarono a casa dopo l’8 settembre 1943, cioè dopo che l’Italia si era sbarazzata di Mussolini, il re era scappato e il nuovo governo aveva deciso, da un giorno all’altro, che i tedeschi non erano più amici ma nemici. Il periodo che seguì fu puro caos. L’esercito non aveva più un comando centrale né degli ordini coerenti. I soldati non sapevano da che parte stare, e la maggior parte tornò a casa. I tedeschi, infuriati per il voltafaccia, occuparono militarmente l’Italia trattando gli italiani da spregevoli traditori (difficile dargli torto, dal loro punto di vista). Mussolini, liberato dai tedeschi, fondò a Salò la Repubblica Sociale Italiana che, formalmente, riprese il controllo del paese e confermò la propria fedeltà alla Germania di Hitler. Dappertutto cominciarono a sorgere bande di partigiani, mentre da parte sua la Repubblica Sociale cercava di recuperare gli sbandati e arruolarli nel nuovo esercito filo-tedesco. Per tutto il 1944 e l’inizio del 1945 la guerra fu solo un lentissimo spostamento di fronte da sud verso nord, agevolato dalla particolare conformazione geografica della nostra penisola, con le forze alleate che venivano da sud e le forze nazifasciste che si ritiravano. Nel mezzo, lotta di resistenza e, soprattutto, popolo oppresso. L’incubo finì nella primavera del 1945, e lasciò gli italiani stremati.

Nel microcosmo Montepulciano, questo clima generale di guerra civile trovò nel Bracci un mediatore naturale. In quanto figura di prestigio super partes, il governo Badoglio (quello dell’8 settembre) lo nominò commissario prefettizio, carica che equivaleva a sindaco. Con lo stesso intento di mantenere in qualche modo pace e stabilità, una volta ripreso il potere la Repubblica Sociale gli confermò l’incarico facendolo diventare podestà, carica che di nuovo equivaleva a sindaco. Subito dopo la liberazione, l’incarico gli venne riconfermato per la terza volta dal Fronte di Liberazione Nazionale appoggiato dalle forze alleate, e questa volta si chiamava sindaco. Un caso piuttosto unico; anche il comandante inglese delle forze di liberazione ebbe una certa difficoltà a capire come uno stesso uomo avesse potuto rappresentare tre schieramenti così diametralmente diversi (glielo spiegò la marchesa Origo, che era inglese). C’è uno strano, ironico destino nella breve vita pubblica di quest’uomo: un sistema che in tempi “normali” l’aveva rifiutato (e al quale lui si era sottratto), ricorreva a lui in tempi di emergenza.

Visto dalla distanza, e giudicando dalle numerose tracce rimaste, direi che se la cavò bene. Il principio primo della sua linea di condotta fu di cercare di salvare il numero maggiore di vite umane. Quindi organizzò una mensa pubblica per sfamare la popolazione impoverita dalla guerra, ospitò sfollati, cercò di sottrarre i partigiani alla giustizia fascista e i giovani alla leva forzata della milizia, offrendosi anche in prima persona alla polizia militare nazista come ostaggio. Con lo stesso spirito umanitario, a liberazione avvenuta cercò di evitare le feroci rappresaglie partigiane contro i fascisti, cosa che negli anni del dopoguerra gli valse la farneticante accusa di collaborazione con il nemico da parte di vendicativi partigiani dell’ultima ora. Gli aneddoti che lo riguardano sono tanti, in ogni famiglia di Montepulciano ce n’è uno. Sono episodi ormai mitici, se hai la fortuna di sentirli raccontare da qualche anziano poliziano, episodi che parlano di un mondo dove la lealtà e l’umanità erano ancora importanti.

La ventata “bolscevica” che soffiò durante il periodo di Togliatti lo vide ancora una volta all’opposizione. Dopo una vita passata a svenarsi per aiutare il popolo, gli stalinisti nostrani gli cucirono addosso l’etichetta di padrone-capitalista-sfruttatore del popolo. A lui, del resto, passata l’emergenza, era tornato il disgusto di sempre per la vita pubblica. Ormai avviato verso la fine della sua esistenza, continuava a guardare con orrore l’enorme divario tra le cose dette e le cose fatte, tra la classe dirigente e la gente comune. In un ultimo sussulto di impegno politico collaborò, nei primi anni del dopoguerra, alla nascita del movimento Cristiano Sociale, in cui cercò di riprodurre quelle idee di partecipazione popolare allo Stato e di educazione spirituale individuale che vivevano in lui dai tempi di Volontà. Poi, anche questa piccola corrente idealistica si fuse in una più grande Democrazia Cristiana, molto più efficace e molto meno idealistica, e lui aderì stancamente, ma ormai era alla fine.

Gli ultimi anni furono amari. Il patrimonio era ormai esaurito: venduta tutta la terra, il colpo di grazia l’aveva ricevuto dalla perdita di valore del denaro dopo il passaggio del fronte. La Falegnameria, che già a cose normali non era mai stata molto redditizia, aveva subito un crollo degli ordinativi a causa della guerra e ora si doveva confrontare con l’impennata in aumento del costo del lavoro aggravata dalle ingrate rimostranze sindacali di alcuni suoi operai. Riuscì a liquidare tutti, e a ognuno regalò il proprio banco da lavoro e i propri strumenti abituali, ma ne uscì a pezzi. Per i trent’anni successivi, fino a tutti gli anni Ottanta, Montepulciano fu un paese di falegnami, c’erano una quantità di botteghe, alcuni erano veri artisti. Poi sono invecchiati e morti anche loro, poi sono arrivati i turisti, e ora le botteghe sono piene di souvenir “artigianali” made in Taiwan, ma questa è un’altra storia. Qualcuno dei vecchi c’è ancora, c’è Mimmo su in Piazza Grande, c’è Bachiorre all’Opio, forse pochi altri: loro ancora ricordano, se gli va di ricordare e se hanno davanti qualcuno che reputano in grado di capire.

Il cancro che lo divorava già da tempo spense Lucangelo Bracci Testasecca a Roma, in casa sua, all’età di sessantanove anni, circondato dalla famiglia, nel 1952.

Cos’è, oggi, Bracci per Montepulciano? Credo che sia soprattutto un’eredità morale. Le cose non sono cambiate molto, dai suoi tempi, semmai sono peggiorate. Mi riferisco all’arroganza della società, all’invasività del sistema, al mascherare le azioni più turpi con alate parole di “giustizia”, “libertà”, “democrazia” e altri concetti eccelsi. Lui era certamente troppo idealista, anacronistico (e per certi versi, quindi, un po’ inconcludente), ma ci ha lasciato una grande lezione: se vuoi dedicarti al prossimo devi amarlo, amarlo davvero, amarlo come lui amava la sua Montepulciano, devi dare te stesso alla comunità e non al partito che ti ha messo lì, devi subordinare i tuoi interessi personali a quelli della gente che amministri, e a quel punto il colore a cui appartieni non ha la minima importanza. Non a caso, Lucangelo Bracci fu sindaco in un momento in cui le forze “politiche” non c’erano, erano dissolte, un momento in cui con le parole non si campava, in cui le chiacchiere non contavano niente, quello che contava era il civismo, era esporsi in prima persona.

Un animo nobile e d’altri tempi, insomma. Sono fiero che sia stato mio nonno.

ALBERTO BRACCI TESTASECCA

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