Alberto Albertini

Al tempo dell’oppressione fascista basata su soprusi, persecuzioni, spionaggi, processi iniqui d’ogni genere, stravaganze persino ridicole, nacque, proprio al centro di Roma, in un appartamento privato, un conciliabolo di antifascisti, che facevano di quell’appartamento un covo non di inani complotti, ma di conversazioni fra amici sulla situazione del momento, sulle gesta fasciste, sui possibili guai, sulle speranze.

            Padroni di casa erano i Conti Margherita e Lulli Bracci. Lei nata Contessa Papafava, alta di statura, sottile, intelligente e piena di brio, lui valoroso ufficiale di cavalleria, reduce dalla guerra, capo per forza di eventi di una falegnameria creata con il suo soccorso generoso da una cooperativa di combattenti, assai attento alla vita politica e molto preoccupato del gioco mussoliniano: entrambe persone elette ed accoglienti, felici di ricevere personalità di valore, le quali a loro volta erano felici di frequentare quella mensa e quei saloni, ove affluivano notizie di ogni genere e provenienza sulle quali si almanaccava e si discuteva a perdifiato. I tipi erano vari e varie le opinioni in un’atmosferra vibrante resa intensa dal pericolo che quel conciliabolo fosse scoperto dalle spie fasciste. In quel congresso la Contessa era sovrana per l’intelligenza e per un vivace senso del comico, che finiva con risate tutte sue, che non offendevano la serietà della situazione. Lulli, fra i vari amici, era il vero saggio, che non si dava alcun’aria di superiorità, ma sapeva esprimere le sue opinioni con un equilibrio bonario assai opportuno in quel gruppo, in cui non mancavano i dissensi e le stravaganze. Lulli non parlava molto e non sentenziava, ma sapeva trovare la parola giusta e semplice di gran signore modesto e arguto come sua moglie.

            Finito come Dio volle il fascismo, scomparsi i tedeschi che avevano affiancato il «Duce», i Conti Bracci continuarono a ricevere vecchi amici. Vi furono novità, e la conversazione volse alla letteratura, attraverso scrittori del momento anch’essi sicuri di sé e battaglieri come tutti. Forse i dibattiti e i dissensi avrebbero ecceduto, se non fossero stati dominati dalla buona grazia e dal buon umore della Contessa Margherita, e moderati dal saggio Lulli col suo buon senso e con la sua misura.

            Tutto passa. I coniugi Bracci dovettero passare fra traversie penose, che per altro non allontanarono gli amici, i migliori dei quali restarono sempre fedeli. Disgraziatamente a un certo momento Lulli cadde malato di un morbo che da principio parve innocuo, ma poi si rivelò grave e infine mortale. La malattia durò a lungo, ma il morente non attribuì colpa ai dottori, non dolori o timori che comunicasse alla famiglia. Sapeva quale destino lo attendeva, taceva in cuor suo e si preparava al distacco illudendo per pietà moglie e figli. Io, accanto una volta al suo letto, avevo l’impressione che la morte fosse pronta in agguato. E infatti venne inesorabilmente, ma il volto del morente pareva dicesse «pace» e fosse illuminato dalla benedizione di Dio.

ALBERTO ALBERTINI