dal diario

14 luglio 1917

Tempo bello. A mezzanotte e mezzo circa col capitano mio predecessore parto per andare a vedere la linea. La notte senza luna è chiara. Mi è difficile scorgere ed evitare i sassi sotto i piedi; ma mi dicono che poi l’occhio si abitua e ci si fa la pratica. Bisogna diventare gatti. Arriviamo in linea in un trinceramento mal combinato quando ancora la I a Sezione ha da prendere le consegne. Mi affaccio e vedo profondo sotto i piedi l’Isonzo. I riflettori s’incrociano sulle rive, più in alto altri riflettori sui monti si accendono e si spengono, frugano. Qualche colpo di cannone ci passa con sibilo acuto sopra la testa.

La linea è quietissima… Usciamo dal camminamento che ha un puzzo tipico che capisco essere quello costante delle trincee. Camminiamo fuori, sull’erba. La notte è veramente magnifica e fa pena pensare che noi avveleniamo così bel cielo e così bella terra per contenderci un primato che nell’eternità conta assai poco. Vado a vedere una caverna che sarà il posto mio: caverna umida e buia dove credo che starò il meno possibile.

17 agosto 1917

Tempo bellissimo. Appena sveglio vedo l’orizzonte nettissimo, il Monte Nero che ha ammazzato tanta gente è in un trionfo di luce gialla e viola. I miei occhi non si stancano di guardarlo e il mio cervello pensa: lo rivedrò ancora? È strana la mia tranquillità, è l’inevitabile che incomincia. Vado alla brigata per qualche faccenda e trovo il Generale che detta l’ordine di operazione. Pare che saremo di riserva. Che vuol dire? È meglio? Peggio? Mangio con grande appetito e guardo il Monte Nero. A colazione allegria grande, tutti si scherza con la probabile possibile morte. Che ridicola umanità! Scrivo a mia moglie, questo è un momento di commozione: ma leggero. La mia vita non importa per me, importa per lei e per il pupo. Credo che Dio la risparmierà. E Mammà…? Povera Mammà! Non le scrivo, non saprei cosa dirle.

30 ottobre 1917

Tempo discreto. Verso l’una abbiamo una scaramuccia con una pattuglia austriaca che aveva rubato due carri; prendiamo i carri con gli austriaci. Si sente dietro a noi per tutto il tempo della marcia il crepitio delle mitragliatrici. Il nemico incalza, i nostri saranno attaccati, forse sconfitti, prigionieri. È molto triste…

… Verso l’imbrunire il nemico avanza con le mitragliatrici lungo la strada grande che sbocca sulla piazza. I miei ragazzi si battono e fanno star zitta un’arma nemica. Comincia a crescere la confusione. Sono colpito da un proiettile. Vado a spogliarmi: miracolo! La pallottola è entrata in tasca ed è uscita dalla fodera. In questo istante un gruppo di lancieri Novara-Genova passa alla carica, mitragliati da nemici e da amici. Cadono sulla strada cavalli e cavalieri. Spettacolo grandioso e tragico. Il nemico avanza sempre e ci chiude, nessuno di noi comanda. Saremo tutti prigionieri. Ho paura, molta, di rimanere in mezzo senza poter far più nulla. È una specie di disperazione sorda e profonda: migliaia di uomini che si danno vigliaccamente, perché nessuno organizza niente. Viene l’ordine di ritirata a scaglioni: il guaio è che un reggimento di fanteria per ritirarsi aumenta la confusione e scappa. Comincia il buio e col buio cresce la confusione, il disordine. Per miracolo riesco a capire che il Reggimento nostro si ritirerà. Cerco il battaglione, riunisco gli uomini e ci mettiamo in mezzo, oramai passivi, rassegnati a tutte le disgrazie. Ho veramente paura, e sono in uno stato di eccitamento nervoso per l’impotenza in cui mi trovo. Il nemico avanza sempre e tenta di chiuderci. Entriamo in un giardino. Saranno le 19. Abbiamo oramai il nemico a destra e a sinistra. Finalmente il mio battaglione si mette isolatamente a combattere a furia di bombe a mano e di mitragliatrici. Ci apriamo un passaggio attraverso gli orti, la campagna, entrando in un canale nell’acqua fino alla cintola. Siamo in campagna, pare oramai salvi; se non altro combatteremo all’aria aperta.

4 giugno 1918

… Andiamo al piccolo ma popolatissimo cimitero. Tra il tempo e quelle tante croci lo spettacolo non potrebbe essere più triste. Sono tombe quasi tutte di caduti del Pasubio nella difesa del ’16. Anche allora soldati giovani ripararono in parte con la loro vita alle enormi bestialità dei comandi, che difficilmente danno gocce di sangue e sono invece così presuntuosi! Quanti pensieri quest’anno di fronte a quelle tombe nella roccia ed a quelle croci così semplici! Molte non hanno nome, o hanno un cartellino con su scritto ‘sconosciuto’. Sarà un poveretto dato chissà da quanto tempo alla famiglia per disperso e chissà quanto la famiglia lo avrà ricercato e forse non avrà ancora perduto la speranza di ritrovarlo. Questi piccoli cimiteri di guerra hanno sempre avuto per me un fascino irresistibile, e sempre tutte le volte che sono passato nelle vicinanze, sono entrato dentro e mi sono messo a girare, a guardare, a pensare e mi ci sono sempre commosso, e ho sempre maledetto la guerra, ma quest’anno i pensieri sono ancora più tristi. Si pensa troppo a tutto quello che abbiamo lasciato al di là del Piave, a tutti i cimiteri che per tre anni circa abbiamo popolato quasi inutilmente. La cerimonia si svolge in pochi minuti: il cappellano lega dei fiori di bronzo sulla tomba di un milanese caduto qualche mese fa; un borghese parla. Ma la parola è il solito convenzionalismo: toglie grandezza all’atto, turba la quiete. È una povera cosa, è la costante menzogna dei vivi che sono sempre egoisti, dei vivi che parlano sulle tombe dei grandi, grandi naturalmente perché molto umili.

13 luglio 1918

… Dunque questa nostra Italia è degna di vivere. Con tutte le sue magagne, con tutti i suoi mascalzoni ogni tanto ha degli scatti magnifici, ritrova se stessa o meglio diventa come vorremmo che fosse sempre e fa qualcosa di veramente bello. “Ha passato, l’Italia, l’esame di riparazione dopo la bocciatura di Caporetto” scrive mio cognato Novello dalle trincee del Piave! È giusto: ma troppa gente già si adagia su questa vittoria, troppi cuori corrono e troppe speranze si formano, e soprattutto qui e lì sorge uno spirito di orgoglio mal messo che non vorrei ci portasse ad una valutazione inesatta di quello che è avvenuto.

…La scemenza negli alti gradi civili e militari non accenna a diminuire. Solo il fante eroico, e per questo umile, tace orgoglioso della sua vittoria, sua principalmente e lo sente (come ne godo), apre gli occhioni grandi e un po’ increduli quando gli si parla dell’aiuto americano che deve venire e sta ad ascoltare beato a bocca aperta e capisce e riconosce che solo allora noi potremo vincere. Sono in periodo di ottimismo, e quindi amo sperare che il buon seme contadino trionferà sulla costante superbia stupida e vanagloriosa dei pezzi grossi. Questi dirigenti, che fra parentesi hanno diretto fino a oggi così male questa povera nazione, vogliono mettere in mostra un’Italia che non corrisponde a quella che è. Hanno sopportato di tutto dai colleghi loro delle altre nazioni europee e fuori d’Europa, tutti i peggiori insulti per 40 e più anni; oggi son diventati suscettibili tutto ad un tratto e attribuiscono agli altri, che in fondo ancora li guardano dall’alto della loro vera forza in mille modi da molto tempo dimostrati, tutti quei sentimenti che sotto le ingiurie hanno sempre avuti senza avere il coraggio di metterli fuori. Abbassare gli altri per ingrandire se stessi, almeno nella immaginazione. Come tutto questo mi ricorda dolorosamente le strombettature giornalistiche e corteistiche delle false vittorie libiche! L’Italia non si farà mai a suono di Marcia reale, né inganneremo mai con questo il suo popolo: la marcia sarà il coronamento di questo popolo un po’ festaiolo, di una vera vittoria ottenuta nel sacrificio, con la volontà. Più o meno queste le impressioni mie durante questo periodo molto scosso della nostra guerra.

4 novembre 1918

… Sono forse gli ultimi appunti. La vittoria è venuta immensa per la bella e cara Italia. Dopo tre anni e mezzo di sofferenze morali più che fisiche, oggi finalmente si gode. Non eravamo preparati a una cosa così grande: la gioia dà una nervosità, un’impazienza che si finisce per sembrare scontenti. Troppo grandi notizie si sono seguite per culminare nell’ultima, la più grande: Trento e Trieste liberate.

Par di sognare: l’impero degli Asburgo è a terra, proprio come predicavamo, come quasi non osavamo credere né sperare. Ma è fatta, e fatta bene. Viva l’Italia!

… Lo spettacolo, qui a Campese, è stato pittoresco. I soldati hanno fatto torce a vento e in processione si sono messi a cantare inni e a urlare evviva a tutti: sono cari, in un attimo dimenticano anche gli odii! Uno si è attaccato alla campanella della scuola e si è messo a suonare a distesa. Razzi di ogni genere in aria! E sui monti vicini fuochi e razzi ancora. Le campane di Solagna suonano da due giorni quasi di seguito: i soldati sono felici di risentire il suono delle campane, anche se il campanaio esagera. Sulla piazzetta stagnano tutto il giorno gruppi di soldati in attesa di curiosità e ne passano, infatti. Camion con i nostri prigionieri liberati, colonne di prigionieri austriaci, accolti con scherno ma non con cattiveria, donne dei paesi invasi che vengono a prendere da mangiare, camion nemici, colonne di muli, di truppe che vanno in su, intorno ai nostri ex-prigionieri, sudici, lerci e puzzolenti, si formano subito gruppi di ragazzoni in attesa di notizie e di informazioni su tutto.

 

9 novembre 1918

… Foch ha dato l’ultimatum ai generali tedeschi: speriamo che mollino! Sono stufo di grigio verde!